Per il bene della causa sportiva
Quando accompagnate vostro figlio all’allenamento o alla partita della squadretta locale dove gioca, avrete sicuramente notato che oltre all’allenatore c’è un certo numero di persone che si occupa di tutto il resto. Dalle maglie al rapporto con l’arbitro, dai trasporti alla gonfiatura dei palloni fino alla caviglia dolorante di vostro figlio: sono i dirigenti sportivi delle piccole società, gente normalmente semplice di poche parole e molti fatti, senza delle quali non ci sarebbe sport in Italia. E pensare che sono quasi tutti dei candidati alla galera! Se infatti chiedeste loro se sono proprio dei mecenati il Panificio X ed il Meccanico Y del quartiere che sponsorizzano la squadretta (difficile lo facciano per il ritorno pubblicitario dei 13 spettatori che assistono alle partite), chiarito che non siete della Finanza, vi risponderebbero che ormai meno di 1 a 4 si fa fatica a trovare. Lo sponsor insomma è quello che se dà 1.000 vuole una fattura di 4.000 e poi la società sportiva deve impazzire per far figurare delle uscite altrettanto false. «Ma se non si fa così, si chiude» conclude lapidario il piccolo dirigente che passa il tempo libero a permettere a vostro figlio di fare sport.
Nove su dieci piccole società in Italia sopravvivono così. Ma gli errori si pagano: l’irregolarità entra in questo modo nel Dna dello sport italiano, nella sua costituzione. Non è un’eccezione ma la sua regola, un vizio di origine. è stato giustamente detto che a nessuna normale società di capitali sarebbe concesso avere una gestione simile a quella di tante società miliardarie di serie A, ed è vero. Ma a loro è concesso perché sono al vertice di una piramide che è costruita tutta così: colpire solo loro sarebbe incomprensibile, quasi ingiusto. Per cambiare registro bisogna ripartire ab ovo, da una ripresa di coscienza che lo sport è in primis un grande strumento educativo per i giovani. E lasciare che l’ipocrisia seppellisca “il caso Moggi”.
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