Schiena dritta (come lo comanda)
Schiena dritta. Questo l’insegnamento del maestro di tutti i giornalisti, Indro Montanelli. A raccoglierne il testimone, in tempi di omologazione, ci pensano alcuni grandi discepoli del capostipite. Primo fra tutti Gad Lerner, elegante e compunto, sempre preciso, capace di stare bene con i grandi così come con gli umili, assolutamente a suo agio nell’intervistare sia Angela Merkel sia un krumiro Bistefani. Lui sì che non ha paura di nulla, basti ricordare il mitico e fulminante attacco portato al cuore dei Ds dalle autorevoli colonne di Vanity Fair, quando chiese le dimissioni del tesoriere del Botteghino Sposetti poiché «non poteva non conoscere le fantasmagoriche plusvalenze dell’amico Consorte».
Talmente la cosa disturbò, almeno al pari delle famosa sparata sulla merchant bank di Palazzo Chigi avanzata da Marco Travaglio, che il potere politico gli vietò di approfondire l’argomento a “L’Infedele”, dove dovette limitarsi a imbastire una puntata sugli animali domestici dalla quale abbiamo evinto che non solo Zapatero fa bene ad equiparare sul piano dei diritti uomini e scimmie, ma che nei momenti di difficoltà familiare è legittimo e sacrosanto cercare rifugio nel proprio cane. Lui sì che ha saputo raddrizzare la schiena a schiere di giornalisti zerbinati verso il potere, soprattutto quando rispose per le rime al Cav. e alle sue elucubrazioni paranoiche riguardo i bambini bolliti nella Cina maoista. «è importante il dettaglio macabro della bollitura. In effetti nelle fiabe il pentolone dell’acqua bollente si alternava spesso con l’altrettanto terribile forno. Ma negli ultimi sessant’anni è più difficile trovare qualcuno che racconti volentieri favole in cui i bambini finiscono nei forni. Perché è successo davvero e per giunta qui vicino in Europa». Bravo Gad, diglielo a quello smemorato di Berlusconi che Hitler e soci gasavano e bruciavano i bambini mentre Mao no. Preferiva farlo con le bambine.
e floris disse: «pubblicità»
Grazie a Dio di schiene dritte ce ne sono più d’una in Italia. Pensiamo a Giovanni Floris, esempio di equilibrio e capace di reagire alla prepotenza mediatica di Silvio Berlusconi. Indimenticabile la puntata di “Ballarò” durante la quale il conduttore chiese a Gianni Alemanno cosa ne pensasse della futura e paventata riduzione delle imposte e – prima che la domanda fosse formulata in modo diretto – Berlusconi si avvicinò all’allora ministro delle Politiche Agricole bisbigliandogli «Digli che andrà bene e che ci stiamo lavorando tutti». Lui, Floris, colta la scorrettezza, fece puntare microfoni e telecamere sul primo piano di Alemanno che, rosso in volto, non potè che dire la verità: «Penso sarà difficile». O come dimenticare quella volta in cui, sempre il Cav., tentò di dare al nostro una lezione di giornalismo facendogli notare che abbassare l’audio dei microfoni mentre la Bonino e Bertinotti litigavano tra loro era oscurare la notizia, lui rispose con la professionale risolutezza che lo contraddistingue: «Pubblicità».
«questa è la storia di una trappola»
«”Che tempo che fa” ha violato le disposizioni dell’atto di indirizzo della commissione di Vigilanza sulla Rai relative in particolare alla presenza dei politici nei programmi di intrattenimento». Così l’Authority di vigilanza della Rai ha bacchettato, il 22 febbraio scorso, Fabio Fazio e la sua trasmissione: un totale non sense, figlio legittimo del clima di omologazione e paura che impera nella tv pubblica. Fazio, dai tempi dell’idillio con Claudio Baglioni tra zeppe e pantaloni a zampa, ha sempre fatto dell’imparzialità il suo cavallo di battaglia. A “Che tempo che fa” il pluralismo è sempre stato rispettato, visto anche il gran numero di ospiti presenti. Nanni Moretti, ad esempio, un personaggio non certo tacciabile di partigianeria, che ha scelto il prestigioso salotto di Fazio per tornare in tv dopo anni e presentare il suo nuovo film, il documentario in stile National Geographic “Il Caimano”. Oppure Roberto Benigni, ospitato in campagna elettorale esattamente come accaduto cinque anni prima con “Il fatto” di Enzo Biagi. Oppure Furio Colombo. Oppure ancora Sabina Guzzanti, impegnata nella promozione del film a scopo di promozione turistica “Viva Zapatero”. Avete visto quanti ospiti diversi tra di loro? Come abbia fatto Fabio Fazio a violare par condicio e pluralismo resta un mistero!
Ma si sa, in un paese dove vengono messi alla gogna giornalisti investigativi di prima mano come Bonini e D’Avanzo, gli inventori di mille e una trama oscura, non merita nemmeno menzione. Telekom Serbia, Nigergate, scontro interno ai servizi segreti: loro sanno tutto, denunciano con coraggio non comune, si espongono alle vendette trasversali degli apparati deviati dello Stato: loro che, il 26 settembre 2003, iniziarono così – «Questa è la storia di una trappola» – l’avventura giornalistica cui dettero vita due anni prima, non possono che avere il nostro imperituro plauso. Loro, che con coraggio d’altri tempi, il 24 ottobre 2005 scrissero la parola fine sull’affaire iracheno svelando al mondo la verità: «L’intervento militare in Irak è stato giustificato da due rivelazioni: Saddam Hussein ha tentato di procurarsi uranio grezzo (yellowcake) in Niger (1) per arricchirlo con centrifughe costruite con tubi di alluminio importati dall’Europa (2). Alla costruzione delle due “bufale”, collaborano il governo italiano e la sua intelligence militare». Altro che guerra per il petrolio, tutta colpa di faccendieri di casa nostra cui Bush, povero ingenuo, ha prestato attenzione.
pensieri stupendi
Dulcis in fundo, lui, il maestro Michele Serra, uomo capace di sottile ironia ai tempi della direzione di Cuore (la poetica copertina con Craxi dietro le sbarre e il titolo “Pensiero stupendo”) e di elzeviri spiazzanti e mai conformisti sull’Unità prima e Repubblica poi («Berlusconi è molto simpatico e questo lo rende pericoloso»). è lui a tracciare il solco, aratro di vigilanza democratica, e a difenderlo: «La libertà di espressione si fonda sulla libertà di espressione, e basta, e l’ipotesi che i potenti presi di mira s’incazzino a dismisura è implicita nelle regole del gioco: per valutare se ci sia diffamazione, esistono poi i tribunali». Come scordare, a tal fine, l’attacco a D’Alema per la querela miliardaria contro Forattini per la vignetta sul caso Mitrokhin. Come dimenticarla? Anche nel migliore dei mondi possibili gli archivi sono un pochino incasinati.
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