Il mondo buono di Massobrio
Bisogna leggerlo. Bisogna proprio leggerlo, questo ultimo libro di Paolo Massobrio. Perché racconta di cose semplici, umane, vere. Racconta di nonna Angiolina e delle sue vigne, da cui è nata la sua passione. Nonna Angiolina che spingeva la bicicletta su per la salita, carica di erba medica per i conigli, sudata, e lui voleva aiutarla, e lei no, perché «quello era il suo compito. Non mi toccava, punto». Racconta di un mondo antico («dai tempi di san Benedetto a quelli di mia nonna Angiolina»), costruito sulla «convinzione che stare al mondo non fosse una maledizione, anzi», anche se la guerra si prendeva i ragazzi, e gli altri andavano nella Merica perché da mangiare per tutti non ce n’era. Racconta di radici metaforiche e reali: il paese e le vigne, che accompagnano con la loro fedeltà la fragilità degli uomini. Racconta di incontri con contadini, osti, vignaioli, enologi, che tenacemente quel mondo conservano e fanno rivivere nei loro piatti, nei loro salumi, nei loro vini. Racconta, al fondo, di un desiderio struggente, incancellabile di verità e di bellezza che sta all’origine: quella bellezza che, disse una volta don Luigi Giussani, «si esercita sugli uomini attraverso la poesia e la musica, il cibo e il vino».
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