L’unico che parla la lingua del popolo
Manca ancora un anno, ma in Francia il clima politico è già elettrico in vista delle elezioni presidenziali del 2007. Le manipolazioni dello scandalo Clearstream, la legge sull’inserimento lavorativo dei giovani (Cpe) ritirata per le proteste della piazza, la rivolta delle banlieue, la bocciatura popolare del trattato costituzionale europeo: quale male oscuro attraversa il paese? E cosa bisogna aspettarsi da un politico fuori dagli schemi come Nicolas Sarkozy? Lo abbiamo chiesto ad un politico francese di vaglia: Françoise Grossetête, eurodeputata dal 1999 e vicecapogruppo del Ppe, vicesindaco di Saint Etienne, membro dell’ufficio politico dell’Ump, la principale formazione politica del centrodestra francese.
Signora Grossetête, la vicenda del Cpe, la riforma del lavoro giovanile ritirata dal governo a furor di popolo, sembra mostrare che i francesi non accettano le riforme del mercato del lavoro. Preferite sempre le rivoluzioni?
No. È che si è fatto l’errore di imporre la riforma senza spiegarla. All’inizio i sondaggi su come la gente valutava il Cpe erano positivi, perché tante famiglie capiscono che i loro figli hanno bisogno di un’esperienza di prima occupazione per potersi poi inserire stabilmente nel mondo del lavoro. Poi è intervenuta l’agitazione creata dai sindacati degli insegnanti dei licei e dell’università, studenti e lavoratori sono scesi in piazza e la maggioranza della società ha approvato il loro movimento. E questo purtroppo è il ‘male francese’, sì. Ma c’è una grossa responsabilità da parte del primo ministro, che ha voluto imporre la riforma per decreto, senza dialogare e senza spiegare veramente. Si è rimproverato al Cpe di creare una nuova precarietà per i giovani, ma se si guarda al fondo della proposta si vede che il contenuto è un altro: favorire il primo impiego, perché dopo sarà più facile per il giovane trovare un lavoro migliore. Gli altri grossi responsabili, lo ripeto, sono gli insegnanti di certe università e di quelle facoltà che hanno pochi sbocchi sul mercato del lavoro: lettere, psicologia, sociologia, eccetera.
Dunque più colpevole la Sorbona che il Politecnico?
Più colpevole la Sorbona che il Politecnico o le Grandi Scuole. Una minoranza politicizzata è scesa in strada e ha causato problemi. Agli insegnanti che hanno sostenuto la rivolta vorrei chiedere: vi rendete conto del fallimento dell’educazione nazionale, che da vent’anni non riesce a riformarsi? Vi rendete conto della vostra incapacità di formare giovani in grado di entrare nel mercato del lavoro? Certo, ci sono anche tanti bravi insegnanti che sanno fare il loro mestiere, ma ce ne sono alcuni che politicizzano all’eccesso il loro ruolo e che hanno a cuore altro che non l’interesse generale dei giovani.
Il progetto di legge di Nicolas Sarkozy per un’immigrazione più qualificata sta facendo la sua strada in parlamento. Il ministro ha sollevato un certo baccano con la sua dichiarazione: «Chi non ama la Francia, bisogna che se ne vada». Cosa ne pensa?
È evidente che se ci si vuole integrare in un paese bisogna amarlo, o almeno avere ragioni serie per soggiornarvi. E questo implica accettarne le regole. Sarkozy ha fatto bene a dire quello che molti francesi pensano. La cosa interessante di questo uomo politico è che esprime quello che una grande parte della popolazione, soprattutto gli ambienti popolari, pensano. Gli ultimi sondaggi indicano che il 70 per cento dei francesi approva il progetto di legge sull’immigrazione, una proporzione ben superiore ai voti dell’Ump, e questo non mi dispiace affatto, perché significa che Sarkozy è capace di creare un consenso nazionale che va al di là delle appartenenze partitiche. Questo dipende dalla sua capacità di mettersi in ascolto dei francesi – una cosa che lui ha sempre fatto, a differenza di Ségolène Royal, la candidata socialista alla presidenza, che si è ‘messa in ascolto’ solo dopo l’annuncio della candidatura.
Per associazione mentale la battuta di Sarkozy fa pensare alla sommossa delle banlieue: è fallito il modello francese d’integrazione oppure è impossibile integrare gente che non ama la Francia?
Un po’ tutte e due le cose. Nelle banlieue c’è questo grande malessere nonostante gli enormi sforzi che si sono fatti per renderle luoghi vivibili. Il modello sociale francese ha fallito perché consiste nel versare aiuti nel vuoto. Non è questo che bisogna fare. Bisogna dare degli obiettivi alla gente. Bisogna permettere l’accesso alla proprietà agli inquilini delle case popolari che pagano l’affitto da 20 anni. Se avranno o potranno sperare di avere un bene da trasmettere ai figli, un bene personale che dipende tutto da loro, state certi che la qualità della vita e la sicurezza nelle banlieue faranno un balzo in avanti.
I francesi hanno respinto col voto il progetto di trattato costituzionale europeo. Perché?
Anche in questo caso, c’è stata una mancanza di pedagogia e si sono fatti troppi errori. Si è proposto al voto un testo ridondante, quando sarebbe bastato proporre i primi 60 articoli, quelli veramente indispensabili a far funzionare l’Europa a 25. Poi bisogna ammettere che i cittadini non sono stati interpellati su temi cruciali come l’allargamento, la Turchia, ecc. In Francia poi è invalsa l’abitudine di colpevolizzare l’Europa ogni volta che recepiamo direttive che ci impongono dei sacrifici e di attribuire ai meriti del governo quel che di buono si ottiene. Con queste premesse, come potevamo pensare che i cittadini avrebbero detto ‘sì’ alla costituzione europea?
Qual è il candidato ideale del centrodestra alle presidenziali?
Nicolas Sarkozy senza dubbio. È l’unico che ci può far girare pagina e allo stesso tempo restituire fiducia ai cittadini. I francesi si attendono protezione dallo Stato, ma devono capire che ciò sarà possibile solo se prima ci sappiamo adattare ai cambiamenti del mondo. Sarkozy è l’unico che può spiegarglielo e convincerli, perché è l’unico politico che sente come il popolo e parla come il popolo.
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