Un portentoso provocatore della vita comune

Di Tempi
25 Maggio 2006
Anticonformista, politicamente molto scorretto, laicissimamente cattolico. Roger Scruton, definito dal New Yorker «il filosofo più influente al mondo», sarà ospite di Tempi a Milano e Roma il 29 e 31 maggio. Ritratto di un vignettista dell'occidente

Roger Scruton è il cantore dell’Inghilterra che non c’è più. Conservatore inattuale, convertito al cattolicesimo dopo anni di svogliato socialismo parigino, questo scrittore austero ha fornito un ritmo musicale all’idea che «la civiltà è più facile perderla che trovarla». Si può immaginarlo in giacca rossa, a cavallo fra le siepi della sua campagna, a caccia di volpi, ottanta miglia a ovest di Londra, dove vive con la moglie papirologa e i figli. O a Princeton, dove ha tenuto un corso sulla morte e l’amore nell’opera di Richard Wagner. Negli anni della Guerra fredda si recò a Praga, dove organizzava incontri clandestini sulla letteratura europea. Arrestato, bandito ed espulso dalla Cecoslovacchia, si innamorò del «patriottismo dell’immaginazione» di Margaret Thatcher, di cui divenne sostenitore sulla stampa e in accademia, e della monarchia britannica, a cui non rinuncerebbe per nulla al mondo: «Il monarca è sacro e misterioso, ma gli inglesi sanno che la sacralità e il mistero sono attaccati a una maschera, dietro la quale un altro ordinario e riservato inglese si è ritirato». Roger Scruton, che ha insegnato per anni al Birkbeck College, un santuario di sinistra, è uno stilista del pensiero, un reminiscente di professione, un “vignettista” dell’Occidente, geniale nella polemica e devoto al senso religioso, perché «la preghiera t’insegna a essere umile, a pensare alle tue azioni, e a superare l’umana debolezza». È irrinunciabile nel suo pessimismo aristocratico. Ha firmato una decina di classici dell’invettiva anglosassone.

Contro scientismo e darwinismo
«Paradigma della lucidità», come lo ha definito il Financial Times, Scruton intesse Joyce, Baudelaire, Flaubert, Dante, Manzoni, i Winterreise di Schubert, Wagner, Messiaen, Matisse, Stravinsky, Spengler e T. S. Eliot (autore amato e imitato) in una riflessione che Oltreoceano ammalia e incanta, al punto da convincerlo a trasferirsi negli Stati Uniti, dove non deve sorbirsi il perbenismo dei trend inglesi. «Filosofo più influente al mondo» secondo il New Yorker, Scruton definisce la filosofia «ricerca dell’esistenza perduta della casa». Virtù e doveri, umiltà e pietà, nostalgia e abnegazione sono i canali attraverso cui si dispiega il suo paesaggio intellettuale. All’aeroporto di Glasgow fu indetto un boicottaggio contro la sua presenza in città e un liberale come Isaiah Berlin non voleva più nemmeno sentirlo nominare. Perché Scruton ha la colpa di tessere gli elogi dei pregiudizi morali, delle “necessarie” élite e dei movimenti religiosi, nonché di quel benedettismo da cui risorgerà l’Europa, come successe nel Medioevo, e a cui si è ispirato Joseph Ratzinger. «È diventato un onore per gli intellettuali di lingua inglese dissociarsi da me».
Per lui l’Europa più che una geografia è un’idea, uno stato d’animo a cui non vuole rinunciare, anche se ricorda sempre che «la più civile nazione europea in due anni s’abbandonò alla barbarie nazista. Oggi la gente non sa, non ricorda: i nati nel Dopoguerra credono che la pace, la prosperità, la libertà sessuale, il Welfare State siano eterni. Al massimo hanno visto il Sessantotto: non hanno più responsabilità». L’Inghilterra in cui è cresciuto e che ha amato non esiste più, «gli studenti d’arte, di fronte a un quadro della Vergine con Gesù, domandano: chi è quel bambino? Oppure: che fa quell’uomo appeso a una croce?».
Scruton resta un colonialista, un purista che rimpiange il tempo in cui tutto era più basso, le gerarchie avevano ancora un senso e «nel mezzo della vita eravamo dentro la morte». Ha dei tratti sassoni, affida alla malinconia e all’elegia il ricordo di «quei morti che hanno affidato a te la loro memoria». Antidarwinista mai dogmatico, antiscientista nemico di quella genetica che paragona alla pornografia, critico raffinato e poliglotta della modernità tecnica, Scruton celebra incessantemente «il simbolo della Ragione», l’Uomo. Dice che il valore della vita umana non si esaurisce nella sua spiegazione o nella sua descrizione biochimica, perché «l’essere umano inizia come una palla di cellule, ma questo non significa che “non è altro” che una palla di cellule». Persino quel gigante ebraico di Erwin Chargaff, scienziato della Columbia University, si diceva debitore dell’antiriduzionismo di Scruton. «La visione etica della nostra natura dà senso alla nostra vita. Ma è una visione molto esigente. Dobbiamo comportarci secondo la nostra natura umana, ma allo stesso tempo respirare l’aria degli angeli; essere naturali e soprannaturali. Una comunità che sopravviva alla morte dei suoi dèi ha tre possibilità. Può trovare una via laica alla vita etica. Oppure può fingere di avere emozioni superiori, pur vivendo senza di esse. Oppure può rinunciare alla finzione e crollare, come ha detto Burke, “nella polvere dell’individualismo”». Banditore della distinzione fra diritto e desiderio, sostiene che il matrimonio e la famiglia naturale sono necessari per «proteggere la riproduzione» e quei «bambini che grazie al sociologismo imperante, si guardano da fuori, come se appartenessero a una tribù». Per lui esiste un metodo scientifico che minaccia di distruggere non solo «la nostra relazione con la superficie», quello strato sottile dove «si gettano i semi della felicità umana», ma il vivere umano in generale, «de-moralizzato, tirato giù dal suo sacro piedistallo e sezionato in laboratorio».

l’esistenza di Dio
È convinto che la filosofia angloamericana abbia molte più cose da dirci del marxismo, dell’esistenzialismo, dello strutturalismo e del decostruzionismo. «L’esperienza che sto cercando di comunicare è familiare a tutti quelli che partecipano alla Santa Comunione: è stata incomparabilmente rappresentata nel Parsifal di Wagner, e ha ricevuto innumerevoli commenti nelle opere di devozione. Ma con le importanti eccezioni di Hegel e del suo critico Heidegger, i filosofi l’hanno appena menzionata. Per la maggior parte dei filosofi della nostra tradizione, sulla questione di Dio c’è poco più di qualche fragile prova della sua esistenza. Se ho ragione, invece, c’è molto di più. Infatti, l’impulso a credere deriva da un predicamento metafisico. E il Dio del monoteismo è l’unica soluzione possibile di questo predicamento. Conferma la nostra libertà, fornendoci lo specchio in cui la libertà può essere vista. La natura, allora, cessa di essere una prigione».

Razionalmente anti-illuminista
Dice che la poesia di William Blake, i suoi magici versi sulla «pietà/ il volto, l’amore/ la forma divina, e la pace/ il sepolcro», ci mostra che «un’aria di sacro divieto circonda l’umanità». Scruton vorrebbe, riprendendo un tema caro ai Sonetti a Orfeo di R. M. Rilke, un’esistenza ancora «incantata», figlia di una tradizione sinonimo di fedeltà agli antenati e alla progenie. Padre e madre, pace e guerra, diritti e doveri, famiglia e singolo, bene e male, islam e cristianesimo, tempo ed eternità, tradizione e dissoluzione, canone e anarchia, ortodossia ed eresia, per dirne alcuni, sono tutti elementi della sua geografia della ragione. Scruton è grande perché contemporaneamente razionalista e anti-illuminista, kantiano per vocazione che fa parte di quei virtuosisti dell’esperienza umana che non cedono, per nostra fortuna, alla tentazione di scorgere vie di fuga nella restaurazione o in un partitino dei valori. Piuttosto sa che è seminando verità nelle moderne contraddizioni, innamorando con il linguaggio e tornando a parlare di sentimenti come la pietà e la speranza che può avere ancora un senso «quell’unione con i morti e i non ancora nati che dà senso a ogni impresa umana». E che costituisce il nobile passato e (forse) il futuro del «malato Occidente».

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