Il Pdci festeggia la liberazione, ma se ne frega delle libertà altri

Di Reibman Yasha
01 Giugno 2006

La visita ad Auschwitz di Papa Joseph Ratzinger sembra dividere i commentatori tra due domande, dove fosse D-o e dove fosse l’uomo. Domande tremende. La seconda richiama alla responsabilità che ciascuno di noi ha verso il prossimo, come da traduzione attendibile del tanto citato passo biblico dell’amore per l’altro. E Oliviero Diliberto? Non c’entra nulla ovviamente con questo discorso. Nulla. Nemmeno lo si vuole coinvolgere in discorsi di teologia (peraltro non avrei per primo alcun titolo per farlo). Però poi uno legge le sue interviste. «Ma il governo iracheno guidato da Al Maliki può farcela da solo?», e il segretario rispose: «In tutta franchezza, è un problema che non mi pongo. In Irak c’è un governo: se la veda da solo». Cioè, milioni di musulmani (e cristiani) iracheni sono andati a votare rischiando la pelle sotto le bombe dei nazislamisti, molti di loro sono morti, un tributo di sangue per poter formare un primo governo democratico dopo decenni di terrore e dittatura. Cioè, questo nuovo governo ci potrebbe chiedere di restare per assisterlo nel processo di consolidamento della giovane democrazia. Cioè, il prossimo 15 giugno il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, come da risoluzione Onu, ascolterà queste richieste e poi deciderà se estendere o meno il mandato multinazionale in Irak, in scadenza alla fine del 2006. E probabilmente lo farà. Noi festeggiamo ogni anno il 25 aprile, ma del prossimo nostro? Altri direbbero «me ne frego». E la domanda resta, e gli uomini?

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