Smarrimento da opposizione

Di Pietro Piccinini
08 Giugno 2006
Beffato da uno 0,6 per mille, il Centrodestra pensa da dove ricominciare dopo la Sicilia e Milano. Le ricette di Belpietro, Lupi, Fontana, Festa, Roccella

Roberto Formigoni ha detto al Foglio che ora al centrodestra serve un partito unico, un «Ppe» con dentro la Lega che sia capace di «guardare anche ai moderati del centrosinistra». E dove il leader sarebbe sì Berlusconi, ma «non per diritto divino», per elezione piuttosto. Si narra che anche fra le idee di Berlusconi ci sia un superpartito del nord con Forza Italia e la Lega. Però Umberto Bossi, che della Lega è fondatore e attuale leader, a Repubblica ha confessato di essere contrario all’idea: «I nostri elettori mi hanno perdonato e mi perdonerebbero ogni cosa. Ma questa del superpartito, noi e Berlusconi, no. Sarebbe troppo». Degli altolà e dei distinguo degli altri alleati del Cavaliere, poi, sono piene le pagine di tutti i quotidiani del paese. Sul partito unitario del centrodestra, insomma, rimane un grande punto interrogativo. L’unica certezza la sintetizza per Tempi il direttore del Giornale Maurizio Belpietro: «Fra gli uomini del centrodestra c’è smarrimento. Si rendono conto che non stanno più al governo e cercano di immaginarsi che cosa faranno». Le idee, però, a quanto pare, sono poche ma confuse. «Alcuni sognano di piazzare chissà quale spallata favorendo un’immediata caduta del governo Prodi, cosa che io al contrario non prevedo in tempi brevi. Altri si accontenterebbero di guidare qualche commissione parlamentare, ma questo è solo un modo per restare dentro il palazzo, quando invece bisogna chiedersi che cosa fare fuori dal palazzo». E poi ci sono quelli che Belpietro chiama fantapolitologi, «i quali pensano che Berlusconi farebbe bene a cedere Forza Italia». Pura farneticazione, secondo l’Antipatico, perché invece le ultime tornate elettorali hanno dimostrato come il perno della coalizione rimangano «Forza Italia e il suo presidente», e come la strada da seguire nei prossimi mesi sia chiara: «Il partito unico. La sola trovata che, in un colpo solo, potrebbe risolvere i problemi di conduzione della Lega, quelli “vocazionali” di An e quelli, minori, dell’Udc, dove la minicorrente folliniana di fatto ormai rema chiaramente contro tutti». Partito unico a tutti i costi, quindi, e subito l’assemblea costituente. Anche se prima ci sarebbe da risolvere il più congenito dei problemi della compagine azzurra: «Urgono soluzioni drastiche riguardo ai dirigenti. Nel partito unico ci devono essere volti nuovi, portatori di idee originali e che siano soprattutto radicati nel territorio».
Perché il calcagno dolente di Forza Italia è proprio il legame con il territorio. Non a caso, dove invece tale legame si è realizzato, la vittoria del centrodestra è stata netta. È quello che sostiene Maurizio Lupi, forzista milanese fra i protagonisti della vittoria di Letizia Moratti, il quale ammette che «certo, il dato di partenza, a livello nazionale è negativo: abbiamo il 50 per cento ma non riusciamo a vincere», e però, nello stesso tempo, «là dove il centrodestra si organizza, ottiene risultati inaspettati. Come è accaduto a Milano, dove dalle politiche alle amministrative Forza Italia è passata dal 28 al 32 per cento dei consensi, proprio perché ha unito la capacità di attrattativa berlusconiana (il Cavaliere ha raccolto 53 mila preferenze) alla presenza di una classe dirigente credibile. Infatti le giunte Formigoni e Albertini ormai si sono imposte all’elettorato meneghino come alternativa seria al governo del paese».
Conferma Attilio Fontana, leghista neoeletto sindaco di Varese con quasi il 58 per cento dei voti: «Hanno scelto noi perché siamo un referente politico concreto, che ha dimostrato di saperci fare, e che non è estremista, ma nello stesso tempo non rinuncia a porre quei valori nei quali la gente si riconosce». Ecco perché il sindaco di Varese crede che il centrodestra, prima di pensare a qualsiasi contenitore politico, debba ripartire «dalla difesa della nostra identità», che «può essere un aggregante formidabile. È partita quasi come una barzelletta perché lo propugnavamo noi della Lega, ma alla fine la gente si è resa conto che la passione per la propria storia, le proprie radici, in realtà è fondamentale. Peccato che su questi argomenti ci sia ancora reticenza». Al centrodestra servono posizioni nette, dunque. E per la devolution il discorso è analogo, per Fontana: «Quella riforma ha un unico difetto: che è stata troppo in fase gestatoria, c’ha messo troppo tempo a realizzarsi e ci metterà ancora tanto tempo ad essere applicata. Ecco, questo grigiore, questa tendenza al compromesso è forse il motivo principale per cui la gente, soprattutto se vota a destra, ormai guarda con un po’ di distracco il teatrino della politica».
Eppure è proprio dalla politica che secondo Lodovico Festa bisogna ripartire per dare un capo e una coda all’armata berlusconiana, che da dodici anni fa opposizione ma non ha ancora deciso quale tipo di opposizione fa. «Per darsi un programma – dice l’editorialista del Giornale – il centrodestra potrebbe cominciare a ragionare su alcune vittorie politiche recenti, il 9 aprile e il referendum sulla procreazione artificiale, per esempio. E poi riprendendo il tentativo di rivoluzione avviato dalla Confindustria di Antonio D’Amato, che voleva fare delle imprese non indebitate una forza del paese». Festa, da analista politico, ammette di non avere idee molto più concrete di queste, però un azzardo se lo permette: «Io, se fossi Formigoni o la Moratti, farei una fondazione lombarda che produca idee, una “fucina programmatica” di centrodestra, radunando intellettuali, facendo convegni eccetera. Idem in Veneto se fossi Galan e in Sicilia se fossi Cuffaro».

UN’IDENTITà CULTURALE FORTE
E sulle battaglie ideali che, per esempio in materia di bioetica, hanno fatto dell’Italia una “splendida eccezione” a livello europeo baserebbe la ripartenza del centrodestra anche Eugenia Roccella, femminista di lungo corso e commentatrice di Avvenire. L’errore dell’ex coalizione di maggioranza, per Roccella, è stato aver utilizzato la quasi vittoria di aprile solo per recriminare, senza dare una prospettiva, «cioè senza gestire un processo di unificazione, non dico su un programma, ma almeno su una proposta culturale meglio definita». Il paradosso è che, nella pratica, il centrodestra sui temi eticamente sensibili si è sempre mosso compatto, «però non può continuare a condurre battaglie tutte slegate fra loro. La Ru486, i Pacs eccetera. Bisogna dare a tutto ciò una continuità, e alla base un’identità culturale forte, un senso complessivo. Che poi, secondo me, è una prospettiva d’avanguardia, è la leadership internazionale di una resistenza contro l’ormai logorissima proposta della postmodernità, a cui l’Italia in questi anni è rimasta fortunatamente abbastanza immune». L’ostacolo, secondo Roccella, è quasi psicologico: «L’idea, anche nel centrodestra, è che il progresso sia a sinistra. Ma quell’egemonia culturale è vetusta ormai. Al centrodestra serve la consapevolezza che la sua identità ha motivazioni alte, nobili e radicate. E che ha un grande consenso. Intorno a questo magari si può costruire un partito unitario».

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