La parità è ancora un miraggio, ma è la Costituzione a prevederla
Festa di un partito del centrodestra. Si parla di esperienze concrete di sussidiarietà nate dalla società. Niente di nuovo. Senonché alla fine del convegno si avvicina una studentessa, ventenne, in grembiule bianco. «Sono di sinistra – dice – lavoro qui al bar della festa, mi hanno incuriosito alcune delle cose che avete detto sulla scuola. La storia che non volete finanziamenti dallo Stato ma solo libertà di scelta per tutte le famiglie, poveri e ricchi. A me è sempre stato detto che volevate distruggere la scuola pubblica per favorire le scuole dei preti e dei ricchi fancazzisti. Non ho trovato niente di tutto questo in quello che avete detto. O siete bravi a raccontar palle, oppure sono io che non ho capito bene. Me lo spiegate?». L’episodio fa riflettere. Sulla libertà di educazione e sulla scuola in generale circolano una miriade di incomprensioni, ma soprattutto è in atto una continua disinformazione. La risposta a quella ragazza non si fa attendere. La prima grande mistificazione linguistica riguarda l’aggettivo “pubblico”, che non vuol dire statale: non importa se la scuola è gestita dallo Stato o da un privato, ma che sia accessibile a tutti a parità di condizioni. Non solo: quando si parla dello Stato educatore bisogna dire a chiare lettere che lo Stato non può espropriare la famiglia del suo compito educativo. Siamo faziosi o clericali? No, obbediamo all’articolo 30 della Costituzione: «È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio». La famiglia quindi deve poter scegliere che tipo di educazione dare ai propri figli. Lo Stato deve solo permettere che ciò avvenga liberamente e nel migliore dei modi. Con regole e standard a cui si devono attenere tutti, scuole statali e scuole non statali. L’importante è che la famiglia possa scegliere l’istituto per i propri figli senza subire a causa di questo aggravi economici o fiscali. Cosa che oggi, però, non è possibile. Secondo i dati Istat rielaborati dal mensile Tuttoscuola, infatti, mandare un figlio a una scuola non statale costa il triplo di quanto costa mandarlo a una scuola statale. Non ci piangiamo addosso, è piuttosto un avviso ai “patrioti della Costituzione”: siamo di fronte a un’altra palese violazione, visto che l’art. 3 della Carta stessa – tra l’altro – recita: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».
Una soluzione? La propone a Tempi Daniele Straniero, già preside del liceo Parini di Milano: «Lo Stato spende ogni anno circa 3.500 euro per ogni studente. Perché non devolvere questa cifra, attraverso crediti d’imposta o buoni scuola, direttamente alle famiglie, in modo che possano liberamente scegliere a quale istituto mandare i figli? Oggi di fatto esiste la parità legale, ma non quella economica. Il che significa che la parità non c’è e la discriminazione continua».
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