Un uomo, un voto, un euro
Entro il 20 giugno il governo italiano dovrà comunicare al Consiglio di competitività dell’Unione Europea la conferma o meno dell’iniziativa assunta dal neo ministro della Ricerca e dell’Università – il diessino Fabio Mussi – di ritirare la firma alla dichiarazione etica contro la ricerca sugli embrioni umani. Dalla decisione del nostro governo dipenderà il venir meno o no del veto ai finanziamenti comunitari all’industria biotech applicata alla vita umana. Nel caso in cui l’esecutivo di Romano Prodi confermasse il ritiro della firma italiana non sussisterà più in Europa la cosiddetta minoranza di blocco e l’Ue potrà quindi finanziare ricerche che prevedono la produzione e la manipolazione di embrioni umani. Ricerche che sono illegali in Italia (ne fa esplicito divieto la legge 40, art. 13) e che, soprattutto, contraddicono gli orientamenti espressi dagli italiani nel referendum sulla fecondazione assistita del 12-13 giugno 2005.
In barba all’italico buon senso
Credevate voi che la «sconfitta cocente» (Bertinotti) e la «vittoria del buon senso degli italiani» (Rutelli) registrati al referendum sulla fecondazione assistita dello scorso anno avessero spento i bollenti spiriti dell’Unione? Niente da fare. Come è noto, ci ha pensato un neoministro della Ricerca a riportare indietro le lancette della democrazia e a rimuovere gli esiti di una consultazione popolare con il semplice atto del ritiro di una firma in sede europea (ma che ritiro: ha fatto venir meno quella “minoranza di blocco” di paesi europei che impedivano che i laboratori biofaustiani fossero mantenuti con le finanze del condominio Ue). Insomma, una cafonata autoritaria. Ma dalle ricadute pesantissime. Così pesanti che dopo le proteste dei Comitati bioetici, l’alzata di scudi di Scienza&Vita e le denunce di associazioni di operatori sanitari che, come Medicina&Persona, hanno definito «gravissimo atto di prevaricazione» il fatto «che un ministro della Repubblica scavalchi con decisioni unilaterali, basate su convinzioni personali, sia il sentire popolare ampiamente espresso in un recentissimo referendum, sia lo stesso governo in carica», ora c’è chi propone un simbolico sciopero fiscale per protestare contro i finanziamenti europei alla ricerca sugli embrioni umani. Un euro, un euro soltanto, per esprimere (come direbbe Romano Prodi) «tutto il disappunto» dei cittadini italiani nei confronti del centralismo antidemocratico che si va affermando ai vertici dell’Unione. La provocazione viene da un eurodeputato italiano che è uno dei vicepresidenti del parlamento di Strasburgo. Ed è da qui che l’azzurro Mario Mauro ci espone il senso del gesto di disobbedienza fiscale che propone agli elettori-contribuenti italiani.
È una questione di metodo
In principio la mobilitazione in sede europea è stata suggerita da una circolare inviata a tutti i vescovi del Continente dalla Commissione degli episcopati della Comunità Europea: «Vi preghiamo di prendere contatto con i membri del Parlamento europeo del vostro paese». Poi è venuta la mobilitaziaone di una folta pattuglia di eurodeputati, che si sono mossi su sollecitazione di una lettera-appello sottoscritta da autorevolissime voci del mondo cattolico e laico (Scienza&Vita, Fondazione Ideazione, Fondazione Magna Carta, Medicina&Persona, Movimento per la Vita, SAluteFEmminile, Universitas University) e che è stata pubblicata sui quotidiani Avvenire, Foglio, Libero. Infine è arrivata una raffica di emendamenti del Ppe, tipo «non dovrebbe essere concessa alcuna assistenza comunitaria a progetti che richiedono la distruzione di embrioni umani o l’utilizzo di materiale proveniente da embrioni umani in un processo che comporta la distruzione dell’embrione». E siamo a giovedì 15 giugno, con il Parlamento europeo che vota in seduta plenaria la cosiddetta “Relazione di Jerzy Busek”. E decide il destino del 7PQ, il piano settennale di finanziamenti comunitari che vanno sotto il titolo di “Attività di ricerca, sviluppo tecnologico e dimostrazione (2007-2013)”. Il risultato del voto in plenaria sembra scontato. A meno di un miracolo la maggioranza in Europa è quella. C’è da destinare parte della modica cifra di 54 miliardi di euro a finanziamenti all’industria biotech che “fa ricerca” – leggi: produce, seleziona, manipola – sugli embrioni umani. Prodotti in batteria. Per esempio in Gran Bretagna. Ma il cui uso “per la ricerca” è vietato in Italia (e in altri paesi Ue).
Mauro tiene a sottolineare la questione di metodo. Al di là del fatto che i valori del rispetto della vita umana siano condivisi o meno, «l’Unione Europea è un organismo sovranazionale che esercita la sua potestà su temi condivisi. Nel momento in cui tocchiamo cose non condivise, l’articolo 5 del Trattato prevede giustamente e sussidiariamente che ogni Stato vada per conto proprio. Ora, se l’Italia anima un dibattito, va al referendum e il popolo si esprime dicendo no allo sfruttamento ai fini di ricerca dell’embrione umano, è inconcepibile che l’Europa possa legiferare contro la volontà democraticamente espressa dai cittadini. E legiferare in modo che questi cittadini subiscano anche la beffa di dover finanziare provvedimenti non condivisi e illegali nel proprio paese».
IL SILENZIO ASSENSO DI PRODI
L’ultima parola in materia di finanziamenti alla lobby industriale dell’embrione umano free spetterà al Consiglio dei governi che si riunirà ai primi di luglio. In quel consesso, sotto il turno di presidenza Ue dell’ultra secolarizzato Belgio e dopo la battaglia che è in pieno svolgimento a Strasburgo, si saprà finalmente se, volenti o nolenti, disponendo i loro Stati di appartenenza di leggi a favore o contro l’utilizzo degli embrioni umani “a scopo di ricerca”, i contribuenti europei dovranno piegarsi al diktat che vuole destinare miliardi di euro al finanziamento dei laboratori biofaustiani. Per questo, conclude Mauro, «su quanto sta accadendo ora in Europa pesa come un macigno la decisone di Mussi e il silenzio-assenso del governo Prodi. Togliendo unilateralmente l’assenso alla dichiarazione etica Mussi ha messo a repentaglio uno dei cardini dell’Europa come progetto politico».
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