Rosalba il vento caldo della Siberia
Quattordici anni di Siberia. Il semplice suono di queste parole evoca l’immagine di un infelice prigioniero dello zar, o di un deportato di Stalin. Qualcuno, insomma, che di là dagli Urali c’è stato mandato per punizione e non certo di sua iniziativa. Invece nel nostro caso dietro le lettere di quella che sembra una sentenza senza speranza ci sta una piccola psicomotricista di Cuneo che laggiù c’è andata di sua volontà. E che adesso aspetta con ansia il visto per tornarci, al termine della burocratica interruzione di soggiorno a cui tutti gli stranieri sono tenuti. «Quest’anno l’inverno è stato proprio duro: il termometro è andato a 45 gradi sotto zero per una settimana, poi migliorava ma subito si tornava a quella temperatura, e tante scuole e posti di lavoro hanno chiuso i battenti. Fino a -40 si può sopportare: basta fare attenzione a non portare occhiali con le stanghette di metallo, che ti bruciano la pelle come se fossero roventi, e a non fare il pieno di carburante senza gli appositi guantoni; rischi che le dita ti restino appiccicate alla pompa. Quando incontri un conoscente, per salutarlo gli sfreghi il naso con una mano: non è una tradizione etnica, è solidarietà reciproca per evitare che quella parte del corpo si congeli». A Novosibirsk, città nata cent’anni fa grazie alle capacità di sopravvivenza dei deportati che avevano costruito il grande ponte sul fiume Ob della transiberiana, la maggior parte del milione e 600 mila residenti sono impegnati a ripetere l’exploit dei loro antenati: sopravvivere. Rosalba Armando no, lei non è stata contenta finché non è riuscita a suscitare, nell’ordine: una facoltà universitaria per operatori sociali presso l’Accademia siberiana per il servizio pubblico (Sapa); una casa di accoglienza per ragazze madri di nome Golubka (che significa “colomba”); una ong russa di nome Maksora di cui è direttrice; una serie di accordi con amministrazione comunale, scuole, asili nido, istituti per bambini abbandonati, ospedali e centri sanitari che permettono di fornire assistenza sanitaria a centinaia di bambini, formazione e inserimento lavorativo di decine di mamme, formazione professionale di ragazzi a rischio, corsi di aggiornamento per operatori sociali e altro ancora.
l’accordo con l’accademia del pcus
Rosalba è riuscita a far firmare alla Sapa, la scuola di formazione dei quadri del partito comunista sovietico che dovevano essere inseriti nella pubblica amministrazione, un protocollo d’intesa con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; ha scatenato un tempestoso intervento di mons. Luigi Giussani dopo il quale il movimento di Comunione e Liberazione scese in campo in forze a sostenere e dare un riferimento al lavoro di lei a Novosibirsk; ha convinto a collaborare fra loro dipartimenti dell’amministrazione locale che nemmeno si parlavano; è riuscita nell’impresa inaudita, lei straniera, di acquistare legalmente una casa. In una cosa, però, è fallita: «Se una madre partorisce un bambino, lo abbandona e lascia un bigliettino con su scritto “non voglio questo figlio”, dopo una settimana di ospedale il bambino viene trasferito alla “Casa del lattante”, dove resterà fino ai tre anni di età. Ma se una madre abbandona il neonato senza lasciar scritto nulla, questo viene ricoverato in ospedale e resta lì, immobile in un lettino, da 12 a 18 mesi prima che la burocrazia sbrighi la sua pratica e lo trasferisca in istituto. Sta lì col biberon fissato sul cuscino, appoggiato alla bocca, perché il liquido esca automaticamente per alimentarlo. D’intesa con la responsabile comunale abbiamo fatto entrare un’educatrice che prendeva in braccio i bambini, ci giocava, li faceva gattonare in un box. Le infermiere la guardavano con odio, come se fosse una che controllava il loro lavoro. Abbiamo proposto di creare un nido dentro all’ospedale, nel sotterraneo inutilizzato, con personale comunale che avrebbe accudito i piccoli fino alle cinque di pomeriggio: niente da fare, dal primario all’ultimo infermiere si sono opposti tutti. Abbiamo dovuto rinunciare».
La famiglia fa tendenza grazie alla tivù
Novosibirsk è un condensato di boom economico a macchie di leopardo, miserie post-sovietiche e organizzazione del lavoro statale ancora condizionata dalla mentalità forgiata dal socialismo reale. Persino chi ci ha soggiornato quattordici anni di seguito fatica a decifrarlo. «Quando sono arrivata, nel 1992, quello che spaventava di più era l’uniformità: una città di edifici grigi dove tutti vestivano abiti scuri perfettamente identici, nessuno parlava sui mezzi pubblici e in una giornata intera in giro si vedevano quattro o cinque automobili. Per fare la spesa si andava ai magasin, uno per ogni quartiere: un immenso capannone vuoto, dentro solo un lungo bancone e una fila di persone di centinaia di metri che usciva fin sulla strada. Più di 50 minuti per comprare un po’ di pane, di yogurt e di vodka, tutto razionato. A volte tornavi a casa a mani vuote dopo più di un’ora di coda, perché la scorta si era esaurita. Oggi la città è tutto un fiorire di supermercati con dentro merci europee, non riesci ad attraversare la strada per il traffico di auto giapponesi e per tutta la città sono aperti cantieri che costruiscono grandi palazzi. Eppure affittare un monolocale costa cinquemila rubli quando un primario ospedaliero ne guadagna seimila. E tutti gli abitanti di origine tedesca e lituana (parecchi, per via della storia) che non sono ancora partiti per il paese dei loro avi cercano di farlo. Quasi tutti i giorni c’è un omicidio e le madri in difficoltà sono molto più disastrate umanamente di quelle che incontravo nei primi tempi. Però la gente ha più soldi di prima, anche se non si capisce come faccia».
La qualità della vita familiare non è mai stata il punto di forza della società sovietica. La maggior parte dei matrimoni finiva in divorzi, ogni donna abortiva cinque-sei volte nel corso della vita (come anche oggi) e fino ai sei anni come minimo i bambini crescevano praticamente in istituto lontani dai genitori (prima la “Casa del lattante”, poi quella del bambino). La differenza odierna la fa l’estrazione delle ragazze: arrivano direttamente dai priut, gli orfanotrofi, o dalla strada, dove sono finite quando molti istituti hanno dovuto chiudere i battenti per mancanza di risorse.
«Le mamme in difficoltà dei primi tempi sapevano cosa volevano e sapevano accudire un bambino: le aiutavi a convivere e ad imparare un lavoro, e in 18 mesi al massimo le rendevi autonome. Adesso invece arrivano delle ragazzine che non sanno fare nulla, perché negli istituti non era loro permesso nemmeno lavarsi la biancheria o farsi un tè da sole, e che non sanno cosa vogliono né per sé, né per il bambino; vogliono solo che lo Stato continui a occuparsi di loro e dei loro bisogni, come faceva prima che finissero per strada». Per un altro verso, nella società post-sovietica si sta facendo strada l’ideale della famiglia borghese, veicolato niente meno che dalla tivù: «La gente passa ore a guardare le telenovelas americane, e chi può cerca di imitare quel modello: marito che porta a casa i soldi, moglie che si occupa dell’educazione dei figli e di vestirli Benetton. Anche le nostre ragazze sono sedotte da quell’immagine, ma poi concludono: “Per me non sarà mai possibile”. E si buttano via. Noi stiamo con loro per aiutarle a prendere in mano la realtà, anziché piangere sui sogni».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!