Castro si è fermato a Lima
Lima. La deriva dell’America latina verso il populismo prepotente, il razzismo, la stupidità e l’intimidazione degli avversari politici travestita da militanza antimperialista si è fermata qui, sulla costa del Pacifico più amata dai surfisti di tutto il mondo, in un grigio giorno di garua, la nebbiolina piovigginosa che avvolge Lima nove mesi all’anno. Senza la marea di voti che il 4 giugno otto milioni di limegni hanno rovesciato su Alan Garcia, il socialdemocratico che nella seconda metà degli anni Ottanta rovinò l’economia peruviana e lasciò dilagare il terrorismo maoista di Sendero Luminoso, adesso il Perù avrebbe per presidente Ollanta Humala, un incubo in salsa andina. Se Hugo Chávez, il presidente bolivarista del Venezuela, è Mussolini, Humala è un Hitler senza le capacità oratorie del caporale austriaco. Sotto l’ingannevole slogan “amore per il Perù”, questo ex militare che si è illustrato per gli abusi ai danni della popolazione durante la repressione della guerriglia senderista ha dato vita a una campagna elettorale che ha fatto leva sui peggiori pregiudizi e risentimenti dell’animo latinoamericano. Nel mirino sono finiti cileni, ebrei, omosessuali, il presidente uscente Toledo, i peruviani bianchi, gli americani e i capitalisti, tutti meritevoli di finire davanti al plotone di esecuzione. In positivo, sono stati proposti come modello Chávez, la Cuba di Castro e l’eredità politica del generale Velasco, un militare filocomunista che, salito al potere negli anni Settanta, rovinò il paese con una riforma agraria come quella di Mugabe in Zimbabwe, chiuse i giornali e congelò i partiti politici.
Nonostante queste credenziali, Humala è arrivato in testa al primo turno, e al ballottaggio ha sfiorato la vittoria con il 47,4 per cento contro il 52,6 di Garcia. Senza il voto di Lima, che ha premiato l’ex presidente con un 62 per cento di preferenze, Humala avrebbe vinto. Si sono espresse a suo favore ben 15 province su 25; nelle regioni di Ayacucho e Huancavelica, già culle di Sendero Luminoso, rispettivamente l’83,5 e il 76,5 per cento degli elettori hanno votato per lui, dimentichi delle sue passate malefatte. La costa, pari a un terzo del territorio nazionale ma anche pari al 73 per cento del pil, ha scelto Garcia; la cordigliera andina e il sud, estesi su due terzi di territorio e detentori di appena un quarto della ricchezza nazionale, hanno preferito il populista che prometteva «tutto il potere ai non bianchi». Come spiega l’ex ministro Carlos Amat y Leon «si è trattato di una reazione contro la classe politica tradizionale, percepita come incompetente, bugiarda e corrotta; e questo si riflette nella qualità dei servizi pubblici e nel modo in cui funzionano le istituzioni». Effettivamente, nonostante il pil negli ultimi cinque anni sia cresciuto di un quarto, il 49 per cento dei peruviani vive ancora sotto la soglia della povertà, il 60 per cento della manodopera lavora in nero, il 75 per cento degli adolescenti è incapace di leggere correttamente, un terzo della popolazione è priva di fogne e un quinto di acqua corrente. Ma è stato ben più che di un voto di protesta: secondo l’istituto Apoyo il 55 per cento degli elettori di Humala è pronto a sacrificare il sistema democratico per una dittatura efficiente. Si tratta soprattutto dei peruviani indios (45 per cento della popolazione), presso i quali è diffuso il detto «la democrazia non si mangia». «Una situazione molto delicata», dice lo storico Antonio Zapata. «Nel sud l’Apra (il partito di Garcia, ndr) non ha quadri né personale che parli il quechua, la lingua indigena prevalente». Per ora la deriva è arrestata, ma fino a quando?
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