Recensioni

Di Ferrari Anna
15 Giugno 2006

Andrea Pamparana,
Benedetto, padre
di molti popoli,
Ed. Ancora,
pagg. 238,
euro 15

Fondamento dell’identità cristiana, inizio del monachesimo occidentale e della cultura dell’Europa: per il laico cronista Pamparana è necessario che l’Europa guardi, oggi più che mai, alla storia dell’uomo e del santo che illuminò i secoli bui come papa Ratzinger scelse di affidare a quel nome il suo cammino. Tre anni in penitenza e preghiera in una grotta a Subiaco prepararono il futuro abate del monastero, a diventare il santo che sa la totalità di Dio: questo racconta San Gregorio Magno, questo scrive Benedetto nella sua Regula, questo significano le parole ora et labora, segno dell’essenza del monaco che partecipa di ogni cosa. Capace di farsi agricoltore, carpentiere, muratore, di ricopiare le opere degli antichi greci e latini per salvarli dalla distruzione dei barbari e di educare i figli inviati dai nobili di Roma (la cui decadenza tanto l’aveva ferito da studente) alla sua scuola monastica per bambini. Da Subiaco, Cassino e Terracina nessuna guerra o carestia impedirà alla missione dei Benedettini di diffondersi in tutta Europa, come una grande fioritura.

Andrea Tornielli,
Inchiesta sulla
resurrezione,
Ed. Gribaudi,
pagg. 217,
euro 9,90

Il taglio storico e cronachistico e la vastità della documentazione bibliografica presentata da Tornielli obbligano il lettore a riconoscere nell’adorazione di Gesù risorto un atto di fede integralmente umano, databile e verificabile. Vangeli e documenti giudaico-cristiani mostrano come, dalla morte di Gesù, i discepoli si siano spalancati. Dal senso di sconfitta alla piccolezza del timore di venire accusati di aver spostato la pietra tombale, nascerà quella grande fede realistica e ragionevole, arresa all’esperienza, che dai dodici arriverà in tutto il mondo. Le molte apparizioni di Gesù in momenti e luoghi diversi, «per ultimo a me, indegno», scrive San Paolo, dicono come la testimonianza storica sia alla base dell’annuncio cristiano. Il cronista non può prescindervi così come non può non fare i conti con l’autenticità del lino della Sindone recante i segni della Passione, un’immagine sprigionata da un’energia sconosciuta. E nemmeno esimersi dal smascherate le riduzioni razionalistiche degli ultimi due secoli e le falsificazioni di successo (Il Codice Da Vinci).

S. Yizhar,
La rabbia del vento,
Ed. Einaudi,
pagg. 84,
euro 8,50

Da uno dei padri della letteratura israeliana, un breve e sconvolgente racconto sull’espulsione della popolazione palestinese dalle sue terre e una riflessione sul tema dell’identità e del rapporto col “nemico”. Un’opera che, ad oltre cinquant’anni dalla sua pubblicazione, permane tuttora al centro del dibattito sull’identità dello Stato di Israele.
Fine anni Quaranta, lo Stato di Israele è appena stato fondato: un drappello di militari, con l’ordine di trasferirne gli abitanti in campi profughi oltre confine, attacca un piccolo villaggio palestinese. Solo un soldato, il narratore, si chiede il senso dell’imperversare contro donne, anziani e bambini, povera gente incapace di opporre resistenza, distruggendo tutto ciò che hanno. è moralmente lecito e politicamente opportuno? è necessario obbedire agli ordini anche quando questi contrastino con la propria coscienza? Nessuno presta attenzione ai dubbi del soldato che, isolato, assiste impotente all’operazione. C’era il sole il giorno in cui l’operazione è cominciata, racconta Yizhar. Il drappello aspettava su un povero terreno malato e maleodorante fra qualche sicomoro. Lunghe giornate di rabbia, e il gemito del vento. Nausea di missioni e di conquiste. Non un Dio vendicatore da invocare, né compassione verso quei poveri vermi che fuggivano inutilmente. La mitragliatrice colpiva famiglia dopo famiglia. Quanti villaggi distrutti, quante tracce di vita e terra amata dall’intelligenza dei contadini per secoli. Non ci si può abituare o sentirsi puri rispetto a questa guerra contro deboli che si trascina nel tempo che passa e non mi lascia pace, mi fa sentire colpevole. Si affonda nel fango, un gregge spaventato di arabi viene issato sui camion: tutta quella terra è perduta. I lamenti, il brancolare dei ciechi, il sangue di questa guerra, un esilio di duemila anni. Altri semineranno i campi, i politici disquisiranno. Con che diritto li mandiamo via? La valle è tranquilla. Qui Dio scenderà per vedere se il grido giunto fino a lui era davvero così grande.

Elena Bonoldi Gattermayer,
Bianca di Castiglia. Regina di Francia e madre di un santo,
Ed. Jaca Book,
pagg. 228,
euro 16

La storia della madre del re santo Luigi IX comincia quel giorno in cui, giovanissima, lascia la Castiglia per sposare Luigi VIII, delfino di Francia. Da subito al centro di forti contrasti e interessi politici, la nobile rimane presto sola a gestirli, vedova del marito dopo appena tre anni. Sola ad accompagnare il popolo mentre sviluppa l’agricoltura, i commerci, le corporazioni. Sola a guidare la Francia alla nascita della coscienza nazionale col piglio di una moderna regina. Segue personalmente i figli e la loro fede, in particolare il destino di Luigi, successore del re. Partecipa alla fioritura architettonica e religiosa caratteristica della Francia medioevale, ed è durante il suo regno, permeato da intensa devozione, che la Sainte Chapelle accoglie il legno della Croce come reliquia. E quando giovani e nobili francesi, guidati da re Luigi, organizzano una grande crociata per liberare Gerusalemme dai tartari, per Bianca è ancora tempo di riassumere la reggenza e avviare il suo paese a grandi programmi di riforma. Muorirà consacrandosi a Cristo, stella che ha portato la pace in Francia.

Giovanni Paolo II,
Lasciatemi andare
alla casa del Padre,
Ed. Piemme,
pagg. 287,
euro 14,50

Ha interessato il mondo, nel tempo del vigore e della vecchiaia, sempre guardando Cristo in croce. L’ha gridato ai potenti e ai miseri, ai giovani e agli anziani perché si ponessero le domande sulla vita, la malattia, la morte come se le poneva lui: perché il male, la disperazione, la guerra? Giovanni Paolo II ne ha indicato con forza il senso: la Chiesa, la fede nel risorto. Perché l’uomo è fatto così, afferma la vita di fronte alla cultura della morte. è nel ricordo della perdita dei suoi e dei campi di concentramento, che Wojtyla ritrovò il senso della sua strada. «Il Papa deve soffrire perché ogni famiglia e il mondo vedano il Vangelo della sofferenza, e perché la Chiesa sia introdotta al Terzo Millennio». Il Sacrificio del Figlio continua fino alla fine dei tempi. Ma la speranza del Papa è per tutti. Per tutti noi che l’abbiamo seguito anche quel giorno, quando in polacco mormorò: «Lasciatemi andare alla casa del Padre».

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.