Una cena a cui nessuno avrebbe voluto mancare

Di Cwalinski Vladek
15 Giugno 2006

“La cena di Emmaus”, il grande dipinto di Tiziano Vecellio, pittore ufficiale della Serenissima per gran parte del Cinquecento, è il pezzo forte attorno al quale ruota (insieme al “Cristo risorto” di Marco Basaiti e al “Noli me tangere” di Bernardino Luini) l’esposizione allestita (fino al 30 novembre) alla Pinacoteca ambrosiana di Milano, incentrata sulle immagini del Risorto. La tela, probabilmente commissionata dal conte Nicola Maffei di Mantova, ed eseguita intorno al 1534, riprende l’episodio narrato nel Vangelo di Luca (Lc 24, 28-31). Cleofa e Luca, dopo la crocifissione di Cristo, sconsolati, sulla strada per Emmaus incontrarono un viandante e gli raccontarono dei fatti accaduti a Gerusalemme pochi giorni prima. «Rimani con noi – chiedono i due secondo il racconto del Vangelo – perché scende la sera e il giorno sta per finire. Egli dunque entrò per stare con loro, prese il pane e lo benedisse, poi lo spezzò e lo diede loro. I loro occhi si aprirono ed essi lo riconobbero. Ma egli era scomparso alla loro vista». Il momento immortalato dal pittore cadorino, ambientato sotto un porticato, è quello cruciale, durante il quale Gesù spezza il pane e i due convitati s’accorgono che non è un fantasma, ma è proprio Lui. Sullo sfondo s’intravedono tra le nuvole opache attraverso le quali filtra la luce, montagne azzurre che ricordano le Dolomiti bellunesi, valli e prati d’un colore, tra il verde e il bruno, che il Vecellio probabilmente apprese dai dipinti di Giorgione da Castelfranco, il suo maestro morto durante la peste veneziana del 1510. I convitati sono vestiti in abiti cinquecenteschi. Così come i camerieri, uno giovanissimo, in giallo, con un cappello piumato. L’altro barbuto, decisamente più anziano, che indossa una camicia bianca e un camiciotto nero senza maniche. Costui è girato verso Luca che apre le braccia, sorpreso di riconoscere il Risorto in quell’uomo che benedicendo il pane e il vino (una delle più belle nature morte della pittura italiana) mostra in volto e nei gesti una tranquillità e una pace sorprendenti. Quell’uomo si è trasformato, non è più come prima, eppure è Lui. Cleofa, seduto a destra, a mani giunte e in abiti francescani, potrebbe essere una raffigurazione di Ercole Gonzaga vestito come il santo di Assisi, venerato dalla sua famiglia. Quanto ci tenessero i potenti del tempo ad apparire in una scena del genere è dimostrato dal fatto che lo stemma nobiliare, un’aquila, è visibile sulla parete alle spalle di Gesù. Solo questione di potere, cultura o cattivo cristianesimo? Chissà. In ogni caso vale la pena chiedersi in quali diversi tipi di immagine i potenti odierni aspirino a comparire.

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