Un gulag a forma di stivale
Nei discorsi che si fanno in questi giorni tra una festa e l’altra di fine anno scolastico, a proposito del referendum del 25 giugno ho sentito più volte da diverse mamme il seguente ritornello: «A che serve andare a votare “sì” quando sai già che in un modo o nell’altro quelli che sono al potere ti volteranno la frittata come è successo per il referendum dell’anno scorso?».
Hai voglia a dire che comunque vada non bisogna darsi per vinti. Che non bisogna rassegnarsi ai sepolcri imbiancati. Che sarebbe un bello schiaffo per quei vecchi malmostosi che da Scalfaro in giù fingono di adorare la Costituzione come la mummia di Tutankamen; e in realtà adorano solo e sempre la propria smisurata presunzione. La gente è stanca di subire le angherie. E siccome non sa come difendersi è tentata dalla rassegnazione. Per fortuna ci sono i nostri bambini a ricordarci che nulla è impossibile agli uomini liberi.
Per esempio Paolo, della classe quinta, che durante la lezione di storia, mentre la maestra Laura spiega il mondo del dopoguerra diviso in due blocchi e racconta del comunismo, dei Gulag, delle deportazioni, dei genocidi, scuote la testa e sbotta: «Ah, proprio come qui in Italia!». E Alessandro di schianto: «Non è vero, signora maestra, qui in Italia mica gli facciamo fare quello che vogliono!».
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