Non dire no

Di Tempi
22 Giugno 2006
Riportiamo ampi stralci dei tre manifesti che la Compagnia delle opere, la Fondazione Magna Carta e la Fondazione liberal hanno diffuso in occasione dell'appuntamento referendario del 25/26 giugno

Compagnia delle Opere
“L’astensione non conta.
ma vincerà. Oltre il referendum!”

Dopo le elezioni politiche e quelle amministrative, col referendum del 25-26 giugno, la classe politica (…) chiede al popolo italiano un ennesimo voto, che rischia di allontanare ulteriormente la gente dalla politica. (…) Al di là delle possibili letture, la riforma sottoposta a referendum resta un insieme di norme con alcuni contenuti interessanti e altri discutibili, che la rendono quanto mai inadatta a essere approvata o respinta in toto. Di conseguenza, nessun elettore, nemmeno il più esperto, sarà in grado di dire in modo circostanziato quale sia la sua posizione in merito. E l’astensione la farà da padrona.
In realtà, che cosa sta accadendo? La classe politica – e una nutrita schiera di intellettuali con essa – sta spingendo per trasformare il voto in un referendum pro o contro i partiti che hanno fatto del sì e del no le proprie bandiere. Questo solo sembra in gioco. Il referendum è l’ennesimo pretesto perché qualcuno possa, poi, gridare vittoria senza che questo significhi un briciolo di bene in più per il popolo e le sue istituzioni.
Prendere posizione per il sì o per il no equivale a entrare in questo gioco ed è per questo che noi, accogliendo la scelta dei vescovi di non dare indicazioni di voto, non intendiamo prestarci a incrementare la già pesante spaccatura di questo Paese.
Se si vuole cambiare, occorre impegnarsi insieme a ridisegnare un assetto di regole condivise che sostengano il rinnovamento dell’Italia; è ciò che molti prefigurano come una nuova fase costituente. Costoro, senza precondizioni, un dialogo e un lavoro lo hanno già iniziato; e nessun monosillabo – certamente il no ancor meno del sì – potrà fermare il desiderio e lo sforzo di incidere sugli assetti del Paese fino a toccare, per migliorarla, anche la sua dimensione costituzionale.

Magna Carta
“Sì al referendum
per il dialogo e la riforma”

Il referendum confermativo del 25 e 26 giugno sulla riforma costituzionale costituisce un’importante occasione per compiere una scelta di modernizzazione delle nostre istituzioni. (…)
La riforma non “spezza l’unità del Paese” – anzi la ricrea – né impone la “dittatura del premier”. Essa introduce, invece, innovazioni che consolidano a livello costituzionale l’evoluzione reale della forma di governo, assicurando i necessari cambiamenti istituzionali per la definitiva trasformazione della nostra in una democrazia dell’alternanza, in sintonia con le grandi democrazie europee, ferma restando la intangibilità dei princìpi fondamentali della Costituzione vigente.
Se prevarrà il “No”, la spinta conservatrice pregiudicherà per molti anni a venire qualsiasi tentativo riformatore della Carta del 1948 che non è più adeguata ad affrontare le grandi sfide del nostro tempo.
Non ci nascondiamo il fatto che la riforma meriti di essere successivamente integrata con alcuni correttivi (…). Queste incongruenze e difetti riguardano però, in particolare, quelle parti della riforma che entrerebbero in vigore solo in un secondo momento: nel 2011 o nel 2016. è questa un’opportunità che consente di conciliare l’esigenza di emendare con urgenza il Titolo V con quella di apportare correzioni, da effettuarsi con metodo auspicabilmente bipartisan, alle parti della riforma che necessitano ancora di riconsiderazione.
Del resto, lo stesso Presidente della Repubblica, nel suo messaggio dopo il giuramento, ha affermato che dopo il voto «si dovrà comunque verificare la possibilità di nuove proposte di riforma capaci di raccogliere il necessario largo consenso in Parlamento».
Per queste ragioni, i sottoscritti ritengono che il “Si” alla riforma costituisca oggi l’unica possibile scelta per rendere le nostre istituzioni adeguate alle mutate esigenze della società italiana e per giungere a una riforma condivisa e quindi alla legittimazione reciproca degli schieramenti politici. (…) Perché votare “Sì” al referendum significa impedire che l’ennesima occasione vada perduta.

Fondazione liberal
“Appello per il sì al referendum. Grande riforma, se non ora quando?”

Il 25 e 26 giugno gli italiani sono chiamati alle urne per confermare la riforma della seconda parte della Costituzione approvata dalla Casa delle libertà. (…) è da almeno trent’anni che in Italia si discute di Grande Riforma dello Stato. Ma, finora, non si è approdati a nulla. Infinite sessioni parlamentari e varie edizioni di commissioni bicamerali sono sempre naufragate nel classico copione dei veti incrociati. Adesso questa paralisi “indecisionistica” può finalmente interrompersi. Gli italiani hanno nelle loro mani un’occasione storica: sbloccare il macigno conservatore che ha finora impedito la modernizzazione istituzionale. Se non ora, quando? (…)
Non si tratta, dunque, di una Riforma che divide l’Italia. Al contrario, essa propone un federalismo mite che la unisce al Nord come al Sud in un quadro più ordinato e certo delle competenze statali e dell’interesse nazionale. Chi firma quest’appello non giudica certo intoccabile il testo della Riforma. Ma dire no alla prima Grande Riforma approvata in Italia, in nome di questa o quella singola obiezione, significa cercare le pagliuzze rifiutandosi di vedere la trave: perché la vittoria del no metterebbe una pietra tombale sull’intero cammino della nostra modernizzazione. In altri termini il referendum è e sarà un grande confronto tra cambiamento e conservazione. Non è infatti possibile immaginare altri anni di logoranti trattative politiche. è perciò soltanto un’illusione quella di alcuni costituzionalisti riformisti che, con un loro appello, propongono un “no” cui faccia seguito l’ennesima bicamerale. La verità è che, con il no, vincerebbe in modo definitivo chi da trent’anni si oppone a ogni modifica della nostra Costituzione e l’impotenza riformistica dell’Italia si manifesterebbe in tutta la sua evidenza, attraverso un’ultima “occasione perduta”. Ciò farebbe prevalere nell’Unione la posizione di chi vuole cancellare ogni tipo di riforma, anche quelle economiche e sociali, a partire dalla legge Biagi. Votare sì significa, invece, continuare a scommettere sull’innovazione, della quale la Grande Riforma è un importante capitolo, di cui c’è sempre più bisogno per rispondere alle sfide della globalizzazione.
Dopo trent’anni di chiacchiere inconcludenti abbiamo finalmente una Grande Riforma dello Stato. Andare a votare e votare sì è dunque un dovere verso l’Italia e verso il nostro futuro. Se non ora, quando? (…)

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