Gli automi di ‘Via Quaranta’
«Naturalmente, alla fine, saranno tutti promossi. Perché, oltre a via Quaranta ci sarebbe da rimettere a posto anche la scuola italiana». Lo sfogo raccolto da Tempi è quello di un’insegnante che in questi giorni ha esaminato sette ex studenti provenienti dalla madrassa. La vicenda è nota. Dopo la chiusura da parte del Comune della “non scuola” messa in piedi dal Centro Fajr, circa sessanta studenti che la frequentavano non hanno accettato di trasferirsi negli istituti pubblici milanesi ma, usufruendo dell’istruzione paterna, hanno seguito una sorta di doposcuola organizzato in via Ventura da Lidia Acerboni, ex insegnante in pensione già collaboratrice della madrassa.
I sessanta irriducibili hanno dovuto dimostrare la propria preparazione in prove di idoneità in alcune scuole milanesi. Una delle esaminatrici racconta: «Già dalla relazione di presentazione fornitaci dai loro tutor si capiva che questi giovani non è che morissero dal desiderio di integrarsi. Ma, aldilà delle impressioni, è stato sconvolgente vederli tutti ripetere, come automi, le medesime parole. I programmi che dicevano di aver seguito erano molto scarni, l’italiano stentato e non mostravano alcuna capacità di ragionamento. Usciti dal solco di quello che gli era stato insegnato a memoria, si perdevano. Erano tutti da bocciare».
Il problema non è la bocciatura o meno, il problema è che a questi giovani, per un motivo ideologico e per la connivenza di alcuni docenti italiani come l’Acerboni, viene negata la possibilità di imparare e di integrarsi in Italia. Aldilà, infatti, degli annunci fatti dai responsabili del doposcuola di via Ventura la realtà è che questi ragazzi sono lasciati in un limbo extrascolastico e identitario che non gli permette di fare i conti con la realtà circostante. La verità è che fino ad aprile, in via Ventura, hanno fatto lezione solo in lingua araba. Nelle relazioni sulle loro conoscenze si leggeva, alla fine di ognuna di esse: «Non approfondito per mancanza di tempo».
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