Lo sapete perchè le giraffe hanno le ruote?

Di Gargantini Mario
29 Giugno 2006
Gli scienziati usano ipotesi stravaganti per dimostrare le loro teorie. Invece qui Simon Conway Morris mostra come l'evoluzione non sia casuale, ma finalisticamente orientata

Provate a immaginare una giraffa con le ruote al posto delle zampe. Se non in estetica, potrebbe forse guadagnare in velocità e trarre qualche vantaggio per la sopravvivenza nella savana. È un’ipotesi stravagante, ma spesso, per mettere alla prova le teorie, gli scienziati adottano questa strategia: avanzano congetture e cercano, attraverso osservazioni ed esperimenti, di controllarne la validità. Quanto più le congetture sono ardite, tanto più la loro verifica sarà significativa. Consideriamo allora le teorie dell’evoluzione e in particolare uno dei capisaldi che accomuna un po’ tutti i nipotini di Darwin: la casualità dei processi di diversificazione biologica, cioè l’idea che la storia dei viventi sia un susseguirsi di eventi totalmente accidentali, guidati dal cieco caso, e che il risultato che noi oggi osserviamo sia solo uno dei possibili esiti. Insomma, se riavvolgessimo la videocassetta della storia – secondo la celebre metafora di Stephen J. Gould – e la facessimo ripartire più volte, ogni volta avremmo storie evolutive completamente diverse, con una varietà di forme e strutture potenzialmente illimitata. C’è un paleontologo a Cambridge che si oppone a questo conclusione e cerca di dimostrare l’esatto opposto: è Simon Conway Morris che ricorre a congetture fantasiose – come la giraffa su ruote – per mostrarne l’impossibilità e per sostenere una visione dominata da quelle che definisce “convergenze evolutive”. Un insieme di condizioni fisiche, chimiche, biologiche, ambientali sembrano determinare il fluire dell’evoluzione così che anche le continue variazioni “casuali” finiscono sempre per arrivare agli stessi risultati. Abbiamo incontrato Conway Morris a Milano, dove ha tenuto la lezione conclusiva del primo corso di alta formazione, promossa da un pool di Università, dalla Fondazione Ceur e da Euresis.
Neppure la roulette darwiniana potrebbe produrre ruote per le giraffe?
Oltre alle difficoltà di tipo biomeccanico, che peraltro la fantasia della natura potrebbe superare, non possiamo avere giraffe e nessun animale con ruote, semplicemente perché servirebbe una superficie dura e piatta per farle funzionare. Anche pensando a ruote che evolvono trasformandosi in qualcos’altro, c’è sempre bisogno di un pianeta con un terreno adatto, mentre la nostra Terra è terribilmente dinamica e accidentata. D’altra parte, proprio questa dinamicità è stata una condizione favorevole all’emergere e allo svilupparsi della vita. La domanda quindi è: come nel corso dell’evoluzione si producono le strutture complesse? È questo, tra l’altro, il punto sul quale si sono innescate le polemiche con i sostenitori dell’Intelligent Design (ID). Sono convinto della realtà dell’evoluzione come fatto e, quanto ai meccanismi che la spiegano, non ho nulla contro i criteri di base del modello indicato da Darwin. Tuttavia per spiegare la vita non bastano alcune ipotesi astratte, bisogna individuare le condizioni che le permettono di esistere e funzionare in un concreto ambiente e in una situazione reale. Qui ci si imbatte in una serie di limitazioni che determinano ciò che è realmente possibile e che configurano la “reale” storia evolutiva dei viventi. Sono interessato a questo livello basilare della questione e la mia tesi delle convergenze, pur senza rinnegare il fatto evolutivo, cerca di evidenziare i fattori strutturali, di individuare alcuni schemi semplici che hanno portato tanti cammini diversi a convergere soltanto su alcune forme e soluzioni di esseri viventi; fino ad arrivare a generare il grande paradosso dell’evoluzione, l’uomo: un prodotto che riesce a capire il processo stesso da cui deriva. Mi sembra che in biologia ci sia stata troppa enfasi su ciò che è casuale, su ciò che segnala divergenze e diversificazioni e si sia dato meno spazio alla ricerca di ciò che è fondamentale e convergente.
Questo cammino di convergenze si sviluppa in modo graduale o subisce dei bruschi salti, come vorrebbe la “teoria degli equilibri punteggiati” di Eldredge e Gould, secondo i quali la storia evolutiva ha visto rapidi cambiamenti in periodi molto brevi, seguiti da lunghe fasi di stabilità?
Ci sono entrambe le situazioni: l’evoluzione procede lentamente e per impennate. Non sono molto d’accordo con la tesi degli equilibri punteggiati perché, se è vero che alcune specie si sono evolute velocemente, resta da spiegare la fase in cui non sono avvenuti cambiamenti. La mia idea è che l’evoluzione sia molto lenta, probabilmente perché c’è un alto numero di specie in continua competizione. Con ciò non mi riferisco necessariamente a qualcosa di aggressivo; penso piuttosto a una continua e intensa interrelazione tra tutti gli organismi, dai batteri agli animali superiori. È come se gli organismi viventi avessero una qualche conoscenza dell’ambiente che li circonda e, almeno nei più sofisticati, ci fosse una qualche forma di comprensione degli altri soggetti così da instaurare una sorta di dialogo. Anche le piante metaforicamente parlano tra loro: è un linguaggio fatto di reazioni chimiche che permette loro di comunicare, ma la comunicazione chimica è più lenta di altre, ad esempio di quella elettrica. Ecco allora spiegata la lentezza dei processi di trasformazione; anche se poi resta più difficile spiegare le fasi di accelerazione.
Come la cosiddetta esplosione cambriana, cioè la repentina comparse di forme di vita nell’era geologica del Cambiano, circa 540 milioni di anni fa.
Non è che non c’è una spiegazione, ma ci possono essere più spiegazioni, anche se nessuna mi sembra persuasiva. Forse ci sono troppe spiegazioni: alcune relative alla genetica, altre al sistema visivo o al sistema nervoso. Preferisco concentrare l’attenzione sull’intera biosfera e analizzare le modalità di evoluzione dell’oceano, dell’atmosfera, dei microrganismi: sono i componenti di un grandioso sistema in trasformazione e sono tutte piste che confluiscono inevitabilmente nel medesimo esito esplosivo.
Questa inevitabilità può far pensare a un che di prestabilito o finemente progettato come l’Intelligent Design?
No, è molto diverso. Sono molto cauto nell’utilizzare il termine design, che viene interpretato dal pubblico nei modi più diversi. Poi, quel che più critico nell’ID è che, anche nelle sue punte scientificamente più avanzate, offre una visione riduttiva dei fenomeni naturali. Penso che siamo di fronte a un universo creato, probabilmente apparso dal nulla, e in evoluzione. La cosa spettacolare è che, ricostruendo la fasi della storia cosmica, troviamo ovunque la presenza delle leggi fondamentali, il riprodursi di oggetti e fenomeni tipici, con un’inevitabilità sconcertante. Ma si tratta di constatazioni, che lo scienziato rileva con sorpresa. Viceversa, il riferimento a un disegno porta a considerare l’universo come una gigantesca macchina, facendoci perdere il senso di quanto tutto sia meraviglioso, della straordinaria fertilità cosmica che permette alle cose di emergere da situazioni apparentemente precarie, negative e poco attraenti. Questa emergenza, dal mio punto di vista, è il marchio, la caratteristica essenziale di una genuina creazione, che noi scienziati non possiamo né riprodurre né imitare ma solo cogliere come un riflesso di qualcosa di più grandioso e completo. I sostenitori dell’ID restringono il discorso e considerano Dio come un grande ingegnere, che forza tutta la realtà nei suoi giganteschi schemi; inducono a pensare al progettista di circuiti elettronici, o di edifici, o comunque a qualcosa di rigidamente pianificato, col rischio di impoverire l’esuberanza e la ricchezza della natura.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.