Il padre di famiglia è un gladiatore in quest’era dove, per trovarne uno, devi guardarti un film

Di Rodolfo Casadei
06 Luglio 2006
Giornali e tv d'Italia e di tutto il mondo propongono modelli alternativi, ma la "società naturale fondata sul matrimonio" è ancora il miglior ambito in cui far crescere i figli e in cui poter sperimentare l'Amore, quello con la A maiuscola

Joseph Raz, filosofo del diritto di origine israeliana, ha scritto che «la monogamia, ammesso che rappresenti l’unica forma valida di matrimonio, non è alla portata dell’individuo. Per poterla vivere, essa richiede una cultura che la riconosca e che la sostenga attraverso l’attitudine dell’opinione pubblica e delle istituzioni». Parole sante. Chiunque abbia potuto girare un po’ il mondo, ha potuto osservare quanto l’istituzione del matrimonio monogamico sia rara o addirittura assente in gran parte del mondo africano, arabo-musulmano e persino latino-americano, nonostante la tradizione cattolica che prevale in quest’ultimo. La Costituzione italiana definisce la famiglia «una società naturale fondata sul matrimonio». Parole sacrosante pure queste, a patto che si capisca che “naturale” non significa “comunemente diffusa”, o “statisticamente dominante”. Quando parliamo di famiglia naturale, di società naturale, parliamo di istituzioni che rispondono alla natura dell’uomo, che interpretano cioè la più profonda essenza dell’essere umano, che rispondono ai più veri desideri del cuore. Proprio per questo loro grande valore, non sono facili da creare e da mantenere in vita: hanno bisogno di un largo consenso culturale e del sostegno della legge. Il matrimonio monogamico eterosessuale con promessa di mutua fedeltà ed assistenza è allo stesso tempo un’istituzione naturale e il frutto di un’evoluzione antropologica molto lunga ed impegnativa. È un’istituzione naturale perché risponde al desiderio umano di amore vero. L’amore vero è dono totale ed esclusivo di sè all’altro e affidamento senza riserve di sè all’altro. Il matrimonio monogamico è la versione istituzionale di questo genere di amore, che non è veramente un genere fra gli altri, ma è l’Amore umano con la A maiuscola. Però il matrimonio monogamico eterosessuale è anche il prodotto di una lunga evoluzione culturale, perché cronologicamente appare molto tardi nella storia dell’umanità, effettivamente dopo l’avvento del cristianesimo, e anche oggi è relativamente raro.
I vantaggi sociali della famiglia fondata su questo tipo di matrimonio sono noti: riguardano la posizione della donna nella società e l’educazione dei figli. Nella famiglia poligamica la donna è una proprietà, in quella monogamica è una persona. Nelle società dominate dalle famiglie monoparentali, dove la donna da sola cresce i figli in assenza del padre, che ha rifiutato il matrimonio o ha abbandonato il focolare domestico – una situazione generalizzata nell’Africa urbanizzata e in America latina – i figli crescono con una grande debolezza psicologica e spesso fragilità fisica. Chi ha visto torme di ragazzi di strada nelle grandi città del Kenya, del Camerun e del Perù, sa che sono condannati a una vita di stenti e di precarietà, fatta di soggiorni in prigione, prostituzione, malattie sessualmente trasmissibili, violenze e pestaggi. Non sono il prodotto della povertà: ci sono regioni povere del mondo dove i ragazzi non vivono abbandonati per strada. Sono il prodotto della disintegrazione della famiglia.

ASOCIALITà, DEPRESSIONE, ANSIA
Fenomeni analoghi li intercettiamo anche nei paesi industrializzati. Guardiamo negli Stati Uniti: Susan L. Brown ha appurato che i figli delle coppie di fatto hanno più facilmente disordini emotivi e comportamentali dei figli delle coppie sposate: asocialità, depressione, difficoltà di concentrazione. E i loro genitori non se la passano meglio: il tasso di violenza domestica è più alto fra le famiglie di fatto che fra quelle regolari, e l’incidenza della depressione è molto più alta fra i conviventi che fra gli sposati. Wendy D. Manning e Daniel Lichter hanno scoperto che i figli dei conviventi hanno in media risultati scolastici più scadenti di quelli delle coppie sposate e vivono maggiormente in povertà. Essi inoltre hanno maggior probabilità di sperimentare la rottura della loro famiglia di quanta ne abbiano i figli di persone sposate. Catherine L. Coban e Stacey Kleinbaum hanno appurato che le coppie di conviventi hanno maggiori probabilità di sperimentare problemi di comunicazione col partner, bassi livelli di fedeltà coniugale e alto rischio di divorzio. Il National Marriage Project, un gruppo di ricerca attivo presso la Rutgers University (New Jersey), ha documentato gli effetti negativi della convivenza rispetto al matrimonio nel modo seguente: tre bambini su quattro nati in coppie di fatto sperimentano la rottura della loro famiglia prima dei 16 anni di età e si ritrovano in una famiglia monoparentale; l’effetto che questo ha su di loro si manifesta, fra le altre cose, in un più alto tasso di abbandono scolastico, anni di scuola ripetuti, attività sessuale precoce, ansia. Ma anche i loro genitori se la passano male: un partner convivente ha tre volte più probabilità di soffrire di depressione di quante ne abbia una persona sposata e due volte più probabilità di manifestare comportamenti aggressivi.

QUATTRO SALTI IN PROVETTA
La famiglia naturale basata sul matrimonio monogamico produce una qualità della vita umana, un “capitale sociale”, che le altre forme di convivenza non producono e tanto meno conservano. Per questa ragione le leggi dello Stato dovrebbero tutelarla, promuoverla e riservarle un trattamento speciale. E gli intellettuali ed i mass-media dovrebbero occuparsi di tenerne alto il prestigio presso l’opinione pubblica e di giustificare i privilegi di cui la legislazione la fa oggetto. Ma le cose, come sappiamo, non vanno così: i mass-media, in Italia e negli altri paesi industrializzati, generalmente criticano i privilegi giuridici riconosciuti alla famiglia tradizionale, promuovono i diritti di altre forme di unioni (coppie di fatto, unioni omosessuali, ecc.) e attaccano con varie motivazioni le istituzioni che, come la Chiesa cattolica, modellano la loro dottrina morale relativa ai rapporti sessuali sulle esigenze del matrimonio monogamico fondato sulla fedeltà.
Vediamo tre casi significativi. L’anno scorso s’è svolto in Italia un referendum popolare per abrogare le norme restrittive della legge 40/2004 sulla fecondazione assistita. Fra i quesiti sottoposti agli elettori ce n’era uno che, in caso di abrogazione della norma che veniva messa ai voti, avrebbe introdotto in Italia la fecondazione eterologa con donatore anonimo. La legislazione italiana, così modificata, avrebbe fornito una base giuridica a famiglie nelle quali il padre legale non sarebbe più coinciso col padre biologico, e nelle quali sarebbe stato negato al figlio il diritto di conoscere tale padre. La nuova legislazione avrebbe autorizzato i servizi sanitari pubblici a produrre famiglie zoppe, dove la madre è vera madre ma il padre non è vero padre, con tutte le conseguenze – dimostrate dall’esperienza di tanti psicanalisti – che questo ha sulla psiche dei tre soggetti in questione e sui loro rapporti. Ora, ricorderete che questo quesito referendario altamente discutibile è stato fatto oggetto di una campagna di stampa favorevole da parte dei tre principali quotidiani italiani: il Corriere della Sera, la Repubblica e la Stampa. Il Corriere della Sera ha addirittura ufficializzato la sua posizione favorevole al “sì” a tutte e quattro le richieste di modifica della legge 40 in un pezzo a firma del suo direttore.

LO SHOW DI MAURIZIO COSTANZO
Secondo esempio: la campagna mediatica per il riconoscimento legale delle coppie di fatto condotta dal Maurizio Costanzo Show nell’autunno del 2003, quando le onorevoli Livia Turco e Alessandra Mussolini furono invitate a ripetizione per pubblicizzare la loro proposta di legge in materia. Una campagna molto insistente, che presentava gli aspiranti al riconoscimento legale come vittime di pregiudizi e di una visione superata delle relazioni sentimentali. E che faceva da pendant ad un’altra campagna promossa dal noto presentatore televisivo: quella a favore del riconoscimento del diritto all’adozione da parte dei singles. La logica è la stessa: parificare, dal punto di vista giuridico, le famiglie fondate sul matrimonio a tutti gli altri tipi pensabili di famiglia. In nome dei diritti umani, cioè dell’idea secondo cui tutti gli uomini sono uguali e quindi devono essere trattati dalla legge alla stessa maniera. Ora la mia domanda è: diritti dell’uomo o diritti del bambino viziato, cioè capricci? Parificazione giuridica fra coppie sposate e coppie di fatto significa parificazione fra chi si è assunto fino in fondo delle responsabilità e chi non vuole – o non può – assumersi fino in fondo delle responsabilità. Esigere benefici in nome di un diritto senza prima aver assolto ai propri doveri è caratteristico dei bambini viziati. Ha scritto Alain Finkielkraut: «Che dire se non che l’uomo non si definisce più per la sua capacità di fare promesse, ma per il suo diritto discrezionale di riprendersi, in qualunque momento, la sua libertà? L’assunzione di responsabilità, che fino a qualche tempo fa era il segno distintivo dell’autonomia, appare ora come un fardello o un ostacolo. Io non sono nient’altro che i miei desideri, le mie passioni o i miei umori presenti. Il mio vecchio io ed i miei vecchi giuramenti non hanno più alcun potere sulla mia vita, così come Dio o mio padre. L’individuo resta, certamente, lo stesso. Conserva la sua carta di identità. Ma questa identità non deve rendere conto a nessuno. È un’identità a pelo d’acqua, slegata dal grosso peso del mantenimento di sé nella fedeltà alla parola data. Allora, balzo in avanti democratico o catastrofe antropologica? Non è che stiamo prendendo ancora una volta lucciole per lanterne e scambiando la consacrazione della maleducazione con il trionfo dei diritti umani?».
Terzo esempio: la stampa internazionale, in particolare alcuni servizi usciti subito dopo la morte di Giovanni Paolo II un anno e mezzo fa. Non tutto il coro della stampa internazionale si è unito nell’omaggio al pontefice defunto. Alcuni hanno colto l’occasione della morte del Papa, che ha trasformato la Chiesa cattolica in una notizia dell’attualità che necessitava di copertura anche da parte degli organi di stampa più notoriamente laicisti, per un regolamento di conti con le dottrine morali che Giovanni Paolo II non ha mai rinunciato a difendere ed annunciare. Alcuni giornali anglosassoni hanno apertamente accusato la Chiesa cattolica di complicità nella diffusione dell’Aids a motivo della contrarietà della sua dottrina morale, difesa dal Papa, all’utilizzo dei profilattici nei rapporti sessuali. Sul New York Times Nicholas Kristof ha scritto che il divieto vaticano sul condom «è costato centinaia di migliaia di vite» e rappresenta «uno dei suoi più tragici errori nei suoi duemila anni di storia»; a Londra il New Statesman ha intitolato il suo servizio di copertina, sulla quale campeggiava un’immagine di Giovanni Paolo II, “Il sangue degli innocenti sulle sue mani” e attraverso la penna di Polly Toynbee ha spiegato che il Papa «probabilmente ha contribuito alla diffusione dell’Aids in Africa più dei camionisti e delle prostitute messi insieme»; il Guardian, quotidiano della sinistra laburista, ha paragonato Giovanni Paolo II a Lenin: «Entrambi hanno anteposto l’estremismo ideologico alla vita umana e alla felicità, ad un costo inimmaginabile». A Sydney l’Australian, per la penna di Rosemary Neill, ha pronosticato che il Vaticano «sarà infine accusato di crimini contro l’umanità».

BASTA DAR LA COLPA ALLA CHIESA
La situazione è questa: la Chiesa cattolica, che invita a non praticare il sesso fuori dal matrimonio, che condanna l’adulterio, la prostituzione e la promiscuità sessuale, ma condanna pure l’utilizzo dei contraccettivi artificiali, compresi i profilattici, sarebbe responsabile della diffusione dell’Aids; invece quanti non hanno obiezioni circa il sesso extramatrimoniale, quanti tollerano bonariamente adulterî, sesso prematrimoniale e persino incursioni nel mondo della prostituzione, quanti invitano i giovani a praticare il libertinismo come fonte di esperienze che arricchirebbero la personalità, sia nella versione eterosessuale che in quella omosessuale, ma contemporaneamente intimano tutti ad indossare i condom, costoro avrebbero la coscienza a posto per quanto riguarda la lotta contro la diffusione dell’Aids. Per questi famosi opinionisti l’arma decisiva contro le infezioni a trasmissione sessuale non è la fedeltà di coppia, valore caratteristico della famiglia tradizionale, ma un mezzo tecnico la cui efficacia viene assolutizzata ben al di là di quanto hanno dimostrato studi scientifici e sociologici.
Alla luce di questi tre esempi, la domanda che sorge è la seguente: perché i mass-media dimostrano tanta inimicizia nei confronti della famiglia e tanta simpatia per tutto ciò che la contraddice? La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo. La risposta è, in poche parole, che i mass-media sono un prodotto della modernità, e la modernità è fondamentalmente ostile alla famiglia tradizionale, perché interpreta un’antropologia molto diversa da quella su cui si fonda la famiglia tradizionale. Quando diciamo antropologia diciamo visione dell’uomo, concezione dell’uomo. La famiglia tradizionale presuppone l’esistenza di una natura umana, le cui norme sarebbero iscritte nel cuore umano, e a cui l’uomo e la donna dovrebbero attenersi. La modernità presuppone l’inesistenza della natura umana: l’uomo determinerebbe arbitrariamente da sé la sua natura, e in questo consisterebbe la sua libertà e la sua differenza rispetto alle altre creature.

MANIPOLARE COME PARE E PIACE
L’obiettivo antropologico della modernità è l’autonomia dell’uomo: deve potersi dare da sé le proprie leggi giuridiche e le proprie norme morali per essere veramente libero. Non è chiamato a riconoscerle, ma a produrle. Le leggi e la morale della tradizione vengono definite eteronome e proprio per questo contrarie alla libertà umana: cioè si dice che l’uomo non se le è date da sè, ma gli sono state imposte dalla tradizione, dalla religione, dai sistemi parentali, dalla pressione sociale. L’unica eteronomia che l’uomo accetta, le uniche leggi che non sono prodotte da lui ma riconosciute da lui, sono quelle della materia appurate per il tramite della scienza. Sono le leggi descritte dalla scienza attraverso il metodo logico-matematico messo a punto per la prima volta da Galileo e poi sviluppato dagli scienziati successivi. La scienza galileiana descrive le leggi del creato in un modo tale da poter essere tradotte facilmente in applicazioni tecnologiche. La scienza si traduce immediatamente in tecnologia, la tecnologia permette all’uomo di dominare la realtà, e questa capacità di controllo viene chiamata “libertà”. La capacità di manipolazione della realtà e di controllo della realtà è ciò che permette all’uomo moderno di ignorare la morale tradizionale e di costruirsi la sua propria morale personale. Un tempo la violazione della morale comune comportava conseguenze negative: per quanto riguarda la famiglia, la fornicazione e l’adulterio comportavano conseguenze spiacevoli come le gravidanze extraconiugali e la malattie sessualmente trasmissibili. Grazie ai ritrovati tecnologici, cioè ai contraccettivi e ai profilattici, queste conseguenze negative possono essere fortemente ridimensionate – nella propaganda modernista addirittura annullate, ma non è vero – e quindi ad ogni persona è data la facoltà di definire da sè la propria morale sessuale, essendo stata liberata dalle costrizioni rappresentate dalle gravidanze indesiderate e dalle malattie sessualmente trasmissibili. Tutte le forme di famiglia e di relazione sessuale diventano possibili e legittime perché non c’è più una morale oggettiva, naturale, universale che definisce quel che è giusto e quel che è sbagliato, ma solo una morale soggettiva. E perché tutte le pratiche sono state rese innocue dai ritrovati tecnologici frutto della scienza moderna.
Cosa c’entra tutto questo coi mass-media? C’entra, per il semplice fatto che i mass-media attuali sono essi stessi un frutto del processo di modernizzazione e secolarizzazione della cultura che conosciamo da quasi tre secoli a questa parte. G. W. F. Hegel ha scritto: «La lettura mattutina delle gazzette è la preghiera dell’uomo moderno». Difficile dargli torto. I mass-media di oggi sono certamente molto diversi, molto più sofisticati delle gazzette della fine del Settecento, ma condividono la stessa ideologia: il giornalista, il commentatore, l’analista non si limitano a fornire e presentare notizie, ma fanno molto di più. Gli operatori dei mass-media sono intellettuali che hanno come scopo quello di illuminare il popolo che vive nelle tenebre dell’ignoranza, di liberare gli umani dai vincoli della tradizione, della religione, dei sistemi parentali, del conformismo politico e culturale per insegnare loro a praticare la libertà del pensiero e dei costumi. Sono maestri dell’autonomia morale ed intellettuale degli uomini d’oggi.

MIO PAPà è UN NARCISO
Questi sono gli slogan propagandistici. Sappiamo che le cose stanno diversamente, che i toni trionfalistici sono fuori luogo. L’uomo e la donna d’oggi sono tutto tranne che autonomi. Forse credono di pensare con la loro testa, ma in realtà pensano ed agiscono sulla base della cultura dominante, che impone loro i modelli di pensiero e di comportamento. La cultura dominante, che oggi grazie ai progressi tecnologici, economici e politici è cultura di massa, decide cosa dobbiamo desiderare. Siamo tutti liberi ed autonomi, ma guarda caso desideriamo tutti le stesse cose, che sono quelle che il mercato dei beni di consumo ci offre. Pensiamo ai nostri giovani. Rivendicano l’autonomia dai genitori, rivendicano la piena libertà di scegliere. Vogliono vestirsi, pettinarsi e decorarsi senza imposizioni dall’esterno. Ebbene, non appena la famiglia concede queste libertà, cosa succede? Che i ragazzi si vestono tutti alla stesso modo, si acconciano i capelli tutti nello stesso modo, si trafiggono il corpo col “piercing” tutti allo stesso modo. Il XX secolo non è stato un secolo di libertà ed autonomia, ma di servitù e ed eteronomia: l’uomo e la donna sono stati ridotti a funzioni dello Stato totalitario (fascista, nazista, comunista); oppure a funzioni dello sviluppo capitalistico, attraverso l’induzione al consumismo.
Tutto questo è avvenuto attraverso un attacco molto spesso frontale alla famiglia tradizionale, talvolta invece silenzioso ed obliquo. Ma bisogna essere precisi. L’attacco non è stato un attacco alla famiglia nel suo insieme se non in casi sporadici, come la rivoluzione maoista di Pol Pot in Cambogia che è sfociata in un genocidio. L’attacco è stato principalmente un attacco alla figura e alla funzione del padre. Perché il padre è colui che simboleggia Dio, l’autorità, la tradizione, la legge, la norma oggettiva. Cioè tutto ciò che contraddice l’aspirazione all’autonomia, al farsi da sé le proprie leggi.
L’eclisse del padre comincia parecchio tempo fa. Comincia con la Riforma protestante, che nega il principio d’autorità in materia di religione negando l’autorità del Papa, cioè di colui che è per definizione il Santo Padre. Continua con l’Illuminismo, il quale disonora la Tradizione, che i padri avevano il compito storico di trasmettere. Prende velocità con la Rivoluzione industriale, allorchè il padre non è più protagonista del proprio lavoro, non è più colui che con le sue mani produce gli oggetti della vita quotidiana con la stessa creatività del Padre celeste e coltiva la terra per nutrire la famiglia facendo il mediatore fra la potenza del Dio che dà la vita e i figli e la moglie che beneficiano di tale potenza. Con la Rivoluzione industriale il padre diventa un anonimo salariato che vende il suo lavoro e porta a casa dei soldi che serviranno ad acquistare cose prodote non da lui. Poi l’eclisse del padre è completa nei regimi totalitari, dove lo Stato, il Partito, la Razza sostituiscono completamente la sua autorità educativa, si mettono al posto del padre nel rapporto coi figli. Infine nell’epoca democratica e post-moderna il padre è fatto fuori perché rappresenta un ostacolo all’espansione della società dei consumi e al trionfo dello Stato sociale. Rappresenta un ostacolo soprattutto perché l’educazione centrata sulla figura paterna è ciò che permette ai figli di resistere ai tentativi di manipolazione e di asservimento che l’economia dei consumi da una parte e lo Stato sociale dall’altra attuano nei confronti degli uomini contemporanei. Spiega lo psicanalista Claudio Risè: «I figli senza padre, di cui quelli fabbricati da coppie di donne sono solo l’ultimo esempio, soffrono di una profonda mancanza di libertà. Oggi il principale problema delle nuove generazioni è quello di non saper riconoscere i propri desideri, di non poterli distinguere dai bisogni narcisistici. Ciò avviene perché il desiderio nasce dalla libertà, che loro non hanno raggiunto, perché chi dà la libertà è appunto il padre. I due codici, quello simbolico paterno e quello simbolico materno, sono fortemente diversi: la madre è colei che soddisfa i bisogni, il padre è colui che amorosamente separa il figlio dalla madre e quindi ne costruisce la libertà, gli dà la libertà del soggetto umano, accompagnandolo con proposte di visione del mondo e di stile di vita. è il padre che intervenendo nel rapporto educativo con il figlio e proponendo una visione del mondo, offre al figlio la libertà di accettarla o di rifiutarla, e in questa contrapposizione costruisce – spesso sul sacrificio parziale della sua relazione affettiva col figlio – la possibilità del figlio di essere un uomo libero».

«IL VERO AVVENTURIERO»
Contrariamente a quel che dice la propaganda, i poteri della società moderna non vogliono uomini liberi: vogliono uomini deboli per poterli manipolare. Per fare questo bisogna eliminare il padre e sostituire il mercato e lo Stato sociale alla madre. Ancora Risè: «Il modello culturale dominante, che è relativista e materialista. è un modello effettivamente antipaterno, perché è fondato sulla soddisfazione del bisogno attraverso il consumo, e quindi sulla negazione di qualsiasi visione del mondo dotata anche di contenuti trascendenti rispetto al bisogno, anche narcisistico, e al consumo. (…) Con la centralità del valore materno della “soddisfazione dei bisogni”, funzionale all’espansione dei consumi e quindi alla crescita della società industriale, l’intera società è diventata una Grande Madre. La sua prima funzione è quella di mantenere in vita l’individuo per stimolarne e soddisfarne le richieste di beni, e alimentare quindi il circuito della produzione-consumo. (…) Il padre oggi è una figura deviante («il vero avventuriero», come ricorda Charles Peguy) rispetto a questo modello che si gioca tutto sul piano orizzontale, e non lascia nessuna apertura verticale, verso il piano della trascendenza, della ricerca e dell’incontro con Dio, che è tipicamente il piano paterno. è il piano in cui il padre mette il figlio e la figlia. Però la società secolarizzata non apprezza, anzi è fortemente disturbata da questa dimensione verticale, perché è una dimensione fondamentalmente non materialista, anticonsumista, e, appunto, di libertà, di persone difficilmente condizionabili da poteri forti».

IL GLADIATORE E CINDERELLA MAN
La conclusione di questa lunga analisi è quasi scontata. Per recuperare la centralità della famiglia nel processo dell’educazione, per scalzare i mass-media che ne hanno preso il posto, occorre riabilitare la figura paterna. Parrebbe un impegno controcorrente, una fatica erculea difficile da immaginare come possibile. Però i segni dei tempi ci dicono che il padre non è affatto cancellato, che la nostra società, la nostra civiltà sono percorse da una profonda nostalgia del padre perduto, da un grande desiderio di dipendenza paterna, che è quella dipendenza da cui sboccia la vera libertà. Segni dei tempi come i funerali di Giovanni Paolo II, o di mons. Luigi Giussani, che hanno visto accorrere milioni di persone, spesso nemmeno credenti o poco praticanti. Persone evidentemente mosse dalla nostalgia per il padre, che il Papa e don Giussani hanno incarnato pienamente.
Anche i mass-media possono partecipare a questo grande processo di riabilitazione. Perché anche i meccanismi della comunicazione moderna possono essere messi al servizio di questa causa. Mi limito ad un esempio che riguarda il mondo della cinematografia. Film come “Il Gladiatore” e “Cinderella Man”, interpretati dall’attore Russell Crowe, hanno riscosso un grossissimo successo. In entrambi i casi si tratta di storie dove un personaggio cade nella polvere ma poi si rialza e porta a termine imprese al limite dell’impossibile. In entrambi i casi il personaggio è un padre di famiglia che trae la sua forza non da fattori esteriori misurabili, non dalla potenza materiale, che magari ha posseduto e poi perduto. No: il generale romano Massimo e il pugile Jim Braddock traggono la loro forza dall’esperienza affettiva che li lega indissolubilmente alla loro famiglia, cioè alla loro sposa e ai loro figli. La densità di un rapporto umano reale, di un’affettività secondo la natura profonda dell’uomo, è ciò che manca ai pur potenti avversari del generale ridotto a gladiatore e del pugile ridotto a mendicante. Per questo alla fine vengono sconfitti.
Molti ci dicono che il cinema è sogno. Io credo che possa anche dire delle verità che incidono sulla vita. Credo che tutti possiamo essere richiamati a esperienze paterne, le uniche che possono formarci come individui che non si lasciano manipolare, autenticamente liberi.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.