Bagatelle (britanniche) per un massacro
Il paradosso culturale e identitario della Gran Bretagna post-7 luglio sta tutto in questa frase. Secca. Lapidaria: «I giudici hanno ingaggiato una battaglia contro il Parlamento eletto dai cittadini». A pronunciarla è stato il presidente del comitato affari interni dei Commons, John Denham, a commento dello scontro istituzionale esploso sul finire della scorsa settimana quando l’Alta Corte britannica ha comunicato che la legislazione antiterrorismo violerebbe in più parti i diritti umani dei sospettati e quindi lo Human Rights Act.
A nemmeno quarantotto ore dalla provocazione di David Cameron, che proprio per facilitare la guerra al terrorismo aveva proposto l’introduzione nel Regno Unito di un Bill of Rights di stampo statunitense, il tema dei diritti umani è tornato alla ribalta minacciando alla base l’Anti-Terror Bill che Tony Blair aveva fortemente voluto su pressioni di Scotland Yard dopo gli attacchi contemporanea a quattro stazioni della metropolitana e ad un autobus. A scatenare la bufera è stata l’accusa del giudice Justice Sullivan, secondo il quale in almeno otto casi su quattordici i control orders – ovvero l’imposizione da parte del ministero dell’Interno della restrizione domiciliare per i sospetti che non possono essere mandati sotto processo per insufficienza di prove, norma approvata nel dicembre del 2004 – infrangono l’articolo 5 della Convenzione europea sui diritti umani e soprattutto sono incostituzionali poiché l’Home Office non avrebbe il potere di emanarli. Una vera e propria messa in discussione della sovranità del Parlamento e della sua politica di difesa della popolazione, visto che per il già citato John Denham, «i tribunali di altri paesi europei, prima di lanciare proclami, prendono in maggior considerazione le decisioni di un Parlamento che legifera per tutelare la sicurezza dei cittadini. Siamo in presenza di una crisi costituzionale posta in essere dal modo in cui giudici e corti approcciano queste materie». Il titolare dell’Home Office, John Reid, rincara la dose chiedendosi «quale tipo di difesa abbiamo verso cittadini stranieri che possono nuocere alla comunità se non possiamo estradarli nei paesi d’origine, dove verrebbero torturati o uccisi e non possiamo metterli in carcere per insufficienza di prove?».
Di fatto la Gran Bretagna potrebbe ottenere un opt-out da alcune parti della Convezione europea dei diritti umani in ossequio a uno stato di emergenza nazionale ma questa opzione fu scartata a priori dal governo nell’atto di redazione dell’Anti-Terror Bill: «Se le corti d’appello elimineranno i control orders – aggiunge Denham – i sospettati torneranno a mischiarsi con la gente normale che vogliamo proteggere. Anche i servizi di sicurezza si troveranno di fronte a una situazione di grave difficoltà, dovranno decidere volta per volta chi tenere d’occhio e dobbiamo sperare che facciano sempre la scelta giusta». Non la pensa così il decano degli avvocati dei diritti civili, Michael Mansfield, secondo il quale «la Gran Bretagna non sta affatto affrontando una crisi costituzionale. I giudici stanno soltanto facendo il loro lavoro, ovvero vigilare su eventuali violazioni dei diritti umani da parte dello Stato. Il governo vorrebbe rinchiudere chiunque ritenga sospettato o “sovversivo” ma non è accettabile una società in cui il governo è autorizzato a comportarsi in questo modo». Muro contro muro, insomma. Reso ancora più duro dalle dichiarazioni di Tom McNulty, capo dell’Home Office: «Noi pensiamo con molta chiarezza che l’interesse della sicurezza pubblica travalichi senza dubbio i diritti di particolari individui che sono incredibilmente pericolosi nonostante a loro carico non vi siano evidenza tali da poterli arrestare e mandare a processo». Il tutto a una settimana esatta dal primo anniversario degli attacchi del 7 luglio 2005 e nel giorno esatto in cui i servizi segreti avvertirono i ministri del governo Blair di possibili attacchi contro obiettivi britannici da parte di terroristi finanziati dall’Iran se la situazione diplomatica con Teheran deteriorasse ulteriormente.
PARADOSSI IDENTITARI
Paradosso identitario, si diceva. E in effetti nessuna persona in buonafede può disconoscere la tesi in base alla quale questa impasse sia paradossalmente il frutto della stessa political correctness che Tony Blair ha difeso – e spesso quasi imposto – in nome del multiculturalismo nell’arco degli anni che va dal 1997 al 2001. Con l’11 settembre, infatti, anche la Gran Bretagna cominciò ad aprire gli occhi. Anzi, a socchiuderli poichè come sottolineano lucidamente Sean O’Neill e Daniel McGrory nel loro libro The suicide factory dedicato al caso dell’imam estremista della mosche adi Finsbury Park, Abu Hamza, «l’Inghilterra ha lasciato che, in nome di un presunto diritto alla diversità, un cancro crescesse indisturbato – e anzi tutelato e nutrito – nelle proprie viscere distruggendo gli anticorpi liberali, occidentali e democratici che fino ad allora ne avevano fatto un baluardo». Difficile dar loro torto, soprattutto quando anche Patrick West, nel suo The poverty of multiculturalism, condanna «la dittatura delle minoranze imposta culturalmente a suon di leggi e diktat» e con essa «la volontà politica del governo di creare un Londonistan non tanto per permettere ai cittadini musulmani – siano essi cosiddetti moderati o estremisti – di vivere secondo il loro credo e le loro tradizioni, cosa di per sé già inaccettabile in una democrazia liberale che deve includere in nome del Rule of Law, quanto per preparare la maggioranza di persone perbene, la decent people, al futuro che li attende: stranieri in patria, minoranza di una minoranza fattasi corpus sociale grazie alla dissennatezza dell’Occidente».
FARSESCO E AGGHIACCIANTE
Parole dure e pesanti come pietre che trovano, però e purtroppo, immediata conferma nella decisione del governo laburista di ricordare gli attentati del 7 luglio con l’IslamExpo, kermesse in onore del multiculturalismo prevista dal 6 al 9 luglio all’Alexandra Palace di Londra. Come dire, ricordiamo con un bell’applauso chi ci ha fatto saltare in aria e non aspetta altro che poterlo fare di nuovo. Il fatto che il rossissimo sindaco della capitale, Ken Livingstone, si conceda il lusso di parlare del “trionfo del multiculturalismo” quando il quaranta per cento dei musulmani della città vorrebbe l’instaurazione della sharia come legge fondamentale più che farsesco è agghiacciante.
Il tutto con la sovraintendenza dell’ineffabile antisemita Tariq Ramadan, nominato da Tony Blair membro dell’Anti-terror panel, il tavolo permanente composto da politici, investigatori e membri della comunità islamica e con il timbro istituzionale del ministro della Cultura, Tessa Jewell. Un quadro desolante, quello del blairismo culturale di inizio millennio e post-7 luglio: lo stesso dipinto a tinte forti da Richard Koch e Chris Smith nel libro The suicide of the West all’interno del quale, partendo dal presupposto che nessuna civiltà come quella occidentale ha garantito all’umanità progressi in ogni campo grazie a sei cardini fondamentali (il cristianesimo, l’ottimismo, la scienza, la crescita economica, il liberalismo e l’individualismo), denuncia come questo senso di forza e giustezza sia sparito, l’istinto guida morto. Il suicidio collettivo può avere inizio. Da Londra.
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