Il Papa conquistador e il fantasma di Bambi

Di Luigi Amicone
13 Luglio 2006
Benedetto XVI affascina un milione di spagnoli a Valencia. parlando di amore e ragione a casa di Almodovar e dello sfuggevole Zapatero

Valencia. «Ancora un viaggio così e il governo va giù». Ha ragione Eduardo, studente madrileno che stava accampato con altre migliaia di ragazzi ai bordi delle piscine del ponte Monteolivete, dove lo scorso week-end il Papa ha chiuso il quinto Congresso mondiale delle famiglie. Sono bastate 25 ore a Benedetto XVI per demolire il mito del libero pensatore Zapatero. Il tempo di atterrare all’aeroporto di Manises, salutare in cattedrale la Virgen dos Desamparados, dei “senza protezione”, patrona della città, immergersi nella calorosa accoglienza del popolo spagnolo, pronunciare due splendidi discorsi sull’uomo e sull’alleanza uomo-donna tra le avveniristiche architetture della cittadella dell’Arte e della Scienza. E la leggenda dell’antipapa s’è dissolta nell’aria. Come i mitici mosquitos delle piscine di Calatrava, spazzati via dal vento fresco che ha addolcito l’intensa due giorni di papa Ratzinger.
Così, se alla vigilia sembrava pesare l’ombra del leader europeo della legislazione su matrimonio e adozioni gay, della religione laica nella scuola e del divorzio breve, il fantasma almodovariano è letteralmente scomparso dal centro della scena mediatica spagnola per lasciare il posto al Papa dell’amore e della ragione. Il Papa che conquistava la folla con la sua dialettica affabile ma piena di densità affettiva e di ragionevolezza. Il Papa che ripartiva da Valencia con un viso raggiante e la consapevolezza di aver fatto centro. Almeno su quel milione (in una città di poco più di settecentomila abitanti) di persone che lo hanno stretto in un grande e caloroso abbraccio. Almeno sulla mamma di quel neonato infagottato che gli hanno passato dal finestrino della papa-mobile. E che Ratzinger, tanto per dire quanto è algido e professorale, si è preso in braccio e ha baciato con uno sguardo così commosso che sembrava suo padre.
Zapatero, invece, è sembrato il fantasma di quel leader gentile e cerbiatto qual si studia di apparire da quando è stato eletto sulla scia dell’emozione (e del colpo di Stato strisciante, come va ancora documentando la controinchiesta del quotidiano El Mundo) per gli attentati dell’11 M 2004. Ha stretto la mano al Papa all’aeroporto facendo bene attenzione a non entrare nell’occhio delle telecamere. E poi non ha voluto presenziare a nessun incontro pubblico con lui. Non è andato in cattedrale, non ha visitato il meeting delle famiglie, non si è fatto vedere alla veglia di sabato e, cosa che è stata ampiamente notata dai media, non ha voluto nemmeno presenziare alla Messa papale.

LA NECESSITà DELL’ALTRO
Lasciamo perdere la delusione del portavoce vaticano Joaquin Navarro-Valls e il fatto che neanche Fidel Castro e Jaruzelski hanno mancato di onorare la mensa di Pietro. Non è questione di un primo ministro democratico più scortese di un dittatore. è questione di senso elementare dell’immagine. Non è un bello spettacolo vedere un leader politico tanto adulato e ammirato dalle élite scappare come un topolino davanti a una Messa. A cui avrebbe dovuto partecipare se non altro per buon gusto istituzionale. E infatti, anche i mezzi della propaganda fide socialista (da El Pais alla catena radiofonica Ser di Jesus Polanco) hanno avuto grande imbarazzo a minimizzare il forfait del loro pupillo. Il quale non ha potuto per altro evitare la piccola Canossa di andare a pensieri scalzi dal Pontefice nel posto meno adatto per un libertino ciudadano. E cioè in un arcivescovado. Dove, forse per controbilanciare la figura tapina del premier del gioco a nascondino, le fonti governative hanno descritto il quarto d’ora di colloquio tra Benedetto XVI e Zapatero come «straordinariamente cordiale e senza rimproveri». Per parte sua il Papa si è saggiamente tenuto alla larga da ogni esplicito attacco al governo. Con calma e prudenza evangelica ha affrontato uno per uno i temi intorno alla famiglia. Addentrandosi in una catechesi che ha voluto essere più argomentativa che apologetica. Insomma, evitando ogni accento critico o di mera difesa dei princìpi della fede cattolica, papa Ratzinger è andato costantemente all’attacco delle leggi zapateriane con realismo e positività. Argomentando ciò che la persona, l’uomo, la donna, la loro alleanza sono a livello della natura e della ragione sostenuta dalla rivelazione cristiana.
Una bella lezione di metodo. Gioia, amore, libertà. Queste sono state le tre parole statisticamente più ricorrenti nei discorsi del Papa a Valencia. E anche al ventesimo piano della calle Xativa un gruppo di amici faceva il suo happy hour in loro onore. Cosa strana a vedersi, tra l’allegra brigata del ventesimo piano, c’era anche un vescovo, quello di Jaca e Huesca, monsignor Jesus Sanz, che pendeva dalla bocca dei giovani e di un prete emigrato a Milano. Fanno domande e si rispondono, mentre il monsignore segue la conversazione come il bambino la maestra nel primo giorno di scuola elementare. «L’unità – dice il prete – non succede per decreto regio, per consenso o perché si discute se siamo uniti o no. Unità è avere la necessità dell’altro».

PATANEGRA E LINO BANFI
Cinque belle ragazze abitano in cima all’attico di Xativa. Secondo logica dell’unione fantasiosa e multiculturale oggi in vigore nelle leggi spagnole, potrebbe benissimo darsi per amanti e ambire al riconoscimento di quintetto di fatto e poligamico. Che poi magari Almodovar ci farà il prossimo capolavoro dell’amore d’élite e di cervello. Ma per amare ci vogliono gli attributi. Et bene pendentes. Come recitava una regola vaticana e il medico della Santa Sede verificava prima di fare un Papa. Attributi come quelli di Emilio e di sua moglie Antonella. Pellegrini da Crema. E non solo per sentir parlare suore e cardinali di focolare domestico. Ma anche per sorbirsi il buon gazpacho di casa Isabel e Gabriel. Rispettivamente mamma di quattro bambini e consorte, professore di diritto romano all’università cattolica di Valencia. «Hombre, assaggia questo patanegra e godi». La sera che abbiamo vinto il mundial eravamo a casa loro. E non è difficile immaginare che il Papa abbia in mente non la confederazione dei papà e delle mamme cristiane, ma loro. Questa gente tenace che suda per stare al mondo con la schiena diritta del cristiano. Emilio e Antonella vivono in 180 metri quadri. In tredici. Loro due, i quattro figli e i sette adottati. Una bella impresa. «No, è tutto più facile. A volersi bene si impara a stare al mondo». Erano venuti per il Congresso internazionale. «La veglia e la Messa col Papa sono state due grandi boccate d’ossigeno».
Durante la veglia di sabato sera perfino Lino Banfi ha avuto il suo momento di testimone celebre. Il Papa ha ripreso una sua battuta e si è autoproclamato «nonno del mondo».

L’OGGETTO DELLA LEGGE
Uno dei compiti più grandi della famiglia, ha detto il Papa, «è formare persone libere» e «continuare a restituire ai figli la libertà». E poi i cristiani «non pretendono di soffocare l’amore, bensì di renderlo più sano, forte e realmente libero». Papa Ratzinger ha battuto il ferro caldo. La famiglia «è insostituibile». «è l’ambito privilegiato dove ogni persona impara a dare e ricevere amore». «è un’istituzione intermedia tra l’individuo e la società, e niente può supplirla totalmente». «è un bene necessario per i popoli». «è un fondamento indispensabile per la società». «è una scuola di umanesimo». Dunque è un bene naturale. E per questo «i governanti e i legislatori» sono «invitati a riflettere». Perché «l’oggetto delle leggi è il bene». La tradizione non è un passato e un’etica. Non è la trasmissione di una collezione di cose. La tradizione è «el rio della vita». Il fiume. Questa è la saggezza dei valenciani. Che il Papa è venuto a stimare e a confermare.
Come ha detto salutando il milione di fedeli alla Messa scartata da Zapatero. «La fede non è una mera eredità culturale, bensì un’azione continua della grazia di Dio che chiama, come anche della libertà umana che può aderire oppure non aderire a quella chiamata». E ripete, il Papa, a ogni cristiano, ciò che ha detto ai movimenti riuniti in piazza San Pietro il mese scorso: «Noi facciamo il bene non come schiavi che non sono liberi di fare diversamente, ma lo facciamo perché portiamo personalmente la responsabilità per il mondo; perché amiamo la verità e il bene, perché amiamo Dio stesso e quindi anche le sue creature».

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