Il Grande Timoniere che anelava alla “distruzione dell’universo”
Era il settembre del 1976 quando il Presidente Mao chiuse gli occhi, e non solo i giornali di sinistra di tutto il mondo gli tributarono lodi smisurate, ma anche gli altri lo trattarono col massimo rispetto. A trent’anni di distanza sappiamo molto di più sui crimini orrendi di cui è stato responsabile; ma qualcosa del suo fascino macabro è rimasto. Si legga, ad esempio, la biografia che gli ha dedicato Philip Short, a lungo corrispondente della Bbc in Cina ed Estremo Oriente (Mao. L’uomo, il rivoluzionario, il tiranno, 592 pp, Rizzoli, euro 28). Non nasconde le sue debolezze personali, dall’avversione che sempre gli rimase per l’igiene personale (non si lavava, si faceva strofinare con asciugamani bagnati), all’abitudine di farsi portare in camera ogni sera, fino in tarda età, gruppetti di ragazze giovani e disponibili – che venivano poi adeguatamente ricompensate -, mentre vantava la chiusura dei bordelli come uno dei successi della rivoluzione. Non minimizza i dati raccapriccianti del “Grande Balzo in Avanti”, il velleitario tentativo di industrializzazione forzata dei primi anni Sessanta, che spinse milioni di contadini a fondere gli attrezzi agricoli in rudimentali altiforni rurali che producevano acciaio inutilizzabile, gettando le premesse della carestia che fu la causa di una imprecisata quantità di vittime (certamente milioni). Non cela la follia di un tentativo di rifare una società dalle radici, che si è ripetutamente illuso che bastasse lanciare una parola d’ordine perché il sogno diventasse realtà, e che ha eliminato a centinaia di migliaia tutti quelli che in qualche modo hanno dubitato della realizzabilità della follia. Eppure, non riesce a nascondere la sua ammirazione per «il colosso che strappò la Cina dal suo torpore medievale forgiandola in una nazione moderna». Il che, ovviamente, gli vale molte attenuanti: mentre Stalin e Hitler decisero deliberatamente di sterminare kulaki ed ebrei, «nella stragrande maggioranza, i morti causati dalla politica di Mao furono vittime preterintenzionali delle carestie; gli altri 3 o 4 milioni – furono gli effetti collaterali [sic!] della sua epica lotta [sic!] per la trasformazione della Cina».
«NON è FORSE MEGLIO?»
Tutt’altro clima si respira in Mao. La storia sconosciuta (960 pp. Longanesi, euro 22.60). L’autrice, Jung Chang, è nata in Cina nel 1952 e ha provato sulla sua pelle la tragedia dell’Oriente Rosso. Dalle sue pagine, il Grande Timoniere esce come un opportunista senza scrupoli. Fin da giovane aveva scritto che «il Paese deve essere distrutto e poi ri-creato». Non solo la Cina: «La distruzione dell’universo è la stessa cosa. Le persone come me anelano al suo disfacimento, perché quando il vecchio universo sarà distrutto, ne verrà creato uno nuovo. Non è forse meglio?».
La chiarezza apocalittica del fine si accompagna senza contraddizione a un’assoluta elasticità dei mezzi: Mao agisce sempre secondo la linea di minor resistenza. Da giovane disprezza – al contrario di quel che dicono le biografie ufficiali – i contadini; solo quando questi si mobilitano da sé si mette alla loro testa, ma senza esporsi tanto da non potersi ritirare quando le sommosse vengono represse. Quando i russi dettano legge nella costruzione del Partito comunista cinese ne segue pedissequamente le direttive, contro la maggioranza dei compatrioti, perché è da Mosca che arrivano i finanziamenti. Non “volle” la Lunga Marcia, ma seppe utilizzare abilmente i contrasti e le debolezze degli altri leader. E quando il fedelissimo Chou En-lai si ammalò di tumore vietò che venisse operato.
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