Occidente. Perchè dobbiamo difenderlo dall’astrazione violenta dei suoi nemici e dall’autolesionismo dei suoi detrattori

Di Respinti Marco
13 Luglio 2006

Ricordate la mappa degli Stati Uniti praticamente tutta colorata di rosso con solo qualche isola qua e là di colore blu? Era l’effetto grafico prodotto dal trionfo elettorale con cui George W. Bush jr. ha conquistato il secondo mandato alla Casa Bianca il 2 novembre 2004. Rossi gli Stati vinti dal Partito repubblicano, blu i pochi lasciati al Partito democratico. La dicotomia vale anche in campo culturale, con il rosso repubblicano che di fatto si sovrappone al conservatorismo dell’America sana e il blu democratico che delimita l’area del progressismo liberal più svilente. Ebbene, i numerosi critici degli Stati Uniti sparsi nel mondo si raggruppano in due grandi famiglie: quelli ai cui occhi esiste solo il blu di quella cartina elettorale e quelli che vedono solo il rosso. I primi sono gli islamisti, che denunciano la secolarizzazione, il materialismo, l’irreligione e la decadenza dell’America liberal immaginando che gli Usa siano tutti così. I secondi sono gli europei alla francese, che non sopportano l’esistenza di un Paese grande fatto solo di rozzi ignorantoni vestiti da cow-boy, comandati da intransigenti fondamentalisti.
Sono invece un misto, dice Dinesh D’Souza. Nato in India nel 1961, “usa” bene la sua pelle color olivastro per dire, lui, verità vere che però se uno è solo un poco più pallido gli conviene tacere per non essere passato sulla graticola con l’orrida accusa di razzismo. Nel 1991 è salito alla ribalta con Illiberal Education: The Politics of Race and Sex on Campus e nel 1995 ha pubblicato The End of Racism per denunciare il “razzismo al contrario” prodotto dal politically correct. E in libri come What’s So Great About America, del 2002, dice che il colonialismo fu cosa meno peggiore di quanto comunemente si pensa e che quello di Occidente è un concetto forte, nobile e sano. A volte stanco, aggiunge pure lui, certo; ma è proprio lì che viene il bello. La battaglia più importante per la salvezza della nostra civiltà per D’Souza va infatti combattuta proprio in Occidente, e anzitutto nei media, la grande catena di trasmissione planetaria di un pensiero debole, autolesionista e in fondo in fondo traditore.

Alla corte di Reagan
Le sue biografie ufficiali lo ricordano come ex fidanzato di Ann Coulter, la bionda tutto pepe che fa girare la testa ai liberal, dalla disperazione. Ma, oggi sposato con una figlia, cattolico praticante, D’Souza è ben di più. A 26 anni, dal 1987 al 1988, era già analista alla Casa Bianca di Ronald W. Reagan, ha già all’attivo otto libri, è stato John M. Olin Fellow all’American Enterprise Institute e ora è “Robert and Karen Rishwain Fellow” alla Hoover Institution on War, Revolution and Peace dell’Università californiana di Stanford, prestigiosissima istituzione a cui hanno legato i propri nomi Eric Voegelin e Robert Conquest. Forte di una carriera così, e così fulminante, sbarca il lunario (si fa per dire.) scrivendo e arringando i pubblici più diversi.
«Chiariamoci subito», dice D’Souza a Tempi. «Quando gli islamisti puntano il dito contro la decadenza di una certa parte degli Stati Uniti dicono il vero. Addirittura, in linea teorica, potrebbero pure suscitare qualche simpatia, magari (sempre teoricamente parlando) quella del sottoscritto. Ma la questione è: meglio la libertà, anche se può essere adoperata male, o meglio l’illibertà della coazione e della coercizione?».
Per l’ex analista della Casa Bianca il cosiddetto scontro fra civiltà, quello vero, è solo questo. Il regno della possibilità contro quello della schiavitù. «Molti musulmani oggi dicono: tra un dispotismo di tipo laicista, come quello di certo Occidente, e un dispotismo islamista, come quello di molti paesi arabi, meglio il secondo. Se non altro è religioso. Si patirà pure l’irregimentazione, continuano, ma se non altro la virtù regna sovrana. Ma si tratta di un falso problema. Anzi di un’eresia».

La libertà libera
Detto infatti che la virtù è cosa importantissima, e che a certe condizioni è addirittura superiore alla libertà, la virtù imposta non vale alcunché. Così la pensa nettamente D’Souza. «È forse virtù religiosa – si chiede retoricamente – quella di un uomo costretto a ostentare la propria fede in pubblico pena il patire altrimenti guai seri? È forse dignità quella di una donna che per strada trova rispetto solo perché è chiusa in uno scafandro costrittivo?.».
Per il già enfant prodige del conservatorismo reaganiano, il punto vero che la critica islamista all’Occidente, agli Stati Uniti, non comprende è questo. La virtù può essere anche superiore alla libertà, ma la libertà resta il prerequisito fondamentale della virtù. Il bene dev’essere liberamente scelto, non vi si può essere costretti. Ecco la differenza tra l’Occidente e il resto del mondo. Da noi si è così liberi da poter addirittura negare il senso stesso della libertà (patendone poi però le conseguenze); in molti altri luoghi del mondo, si è talmente costretti a essere virtuosi da avere smarrito completamente il senso di ciò che significa scegliere il bene. «Potrebbe sembrare un riduttivismo indebito, ma mi creda: la politica estera è semplicemente la ricaduta a livello di azione internazionale di questa idea. Quanto meno la politica estera statunitense nell’era di George W. Bush jr.». L’Occidente, insomma, non è una teoria. È il luogo, anche fisico, in cui abita un’idea di uomo, un’idea di persona che fuori da esso è sconosciuta, o al più brancolata a tentoni.
Un tipo come Dinesh D’Souza all’Occidente, a questa idea di Occidente ci è arrivato. Ci è arrivato tanto in profondità da giungere persino a quell’aspetto qualificante del cuore vero dell’Occidente che è il cristianesimo, anzi il cattolicesimo. Lui, che è nato lontano, lontanissimo; lui che porta in sé addirittura i segni visibili da un lato dall’alterità rispetto all’Europa, dall’altro dell’inclusività della cultura occidentale, è uno dei testimonial più clamorosi della generosità (da molti dimenticata, magari pure sbeffeggiata) del nostro mondo.

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