Da garantista a giustizialista. L’inevitabile genesi di chi tifa Inter

Di Reibman Yasha
13 Luglio 2006

Non dimenticherò mai mia nonna in lacrime per l’arresto di Enzo Tortora. Disperata per la fine di Portobello, ma soprattutto per l’umiliazione e l’ingiustizia subita dal presentatore tanto amato. Sono cresciuto con la cultura garantista e istintivamente provo fastidio a ogni tintinnar di manette. La civiltà di un paese si riconosce dalle sue galere e dai diritti di cui godono gli indagati e le persone sotto processo. Eppure. Eppure non posso non essere giustizialista circa gli illeciti attribuiti alla Juventus e al Milan. Sarà che sono interista e che ancora ripenso a Iuliano che atterra Ronaldo in piena area di rigore mentre l’arbitro tace. Sarà che dal 1989 l’Inter non vince uno scudetto. Nel frattempo il Muro di Berlino non c’è più e Gorbaciov pubblicizza Mc Donald’s, Bettino Craxi è morto ad Hammamet e Antonio Di Pietro è diventato ministro, la mucca è pazza e i polli non stanno tanto bene. Sarà che il calcio non è la vita reale. E che un rigore si fischia in un secondo e poi, solo poi, ci sarà la moviola. Sarà che il calcio oggi è la vera religione praticata nel paese, che in quel prato e intorno ad esso si mette in scena la vita, le guerre e i drammi di oggi. La partita e il suo rito come sublimazione della realtà. Un paese che vuol dirsi liberale deve forse mantenere uno spazio di violenza, un margine per l’arbitrio, anche giudiziario. Meglio nel calcio che in tribunale. Tutto questo può essere, e di fatto è, proprio il mondo del pallone. Poi arriva Pessotto e ripenso a mia nonna.

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