Finchè saremo messi alla prova ci difenderemo. Come Abramo sul Moria

Di Calò Livné Angelica
27 Luglio 2006

Nel 1943, nel suo nascondiglio di Amsterdam Anna Frank scriveva: «Dovremo sopportare altre privazioni, paure e sofferenze. Dovremo restare calmi, stringendo i denti per non gridare. Quando le bombe cadono vicine a Prinsengracht, la casa trema tutta. La tensione aumenta ad ogni boato. Quando tutto è finito, si sente odore di bruciato e fuori sembra che ci sia la nebbia. Ognuno torna alle proprie attività, contento che il pericolo sia passato. In attesa della prossima sirena, dei motori degli aerei, della nuova pioggia di bombe». Per non deprimermi, considero la nostra clandestinità come una grande avventura, romantica e interessante.
Luglio 2006, i bambini e i ragazzi di Sasa, di Dalton, di Bar Am sono stati mandati da parenti, da amici. Il cielo della Galilea, guancia a guancia con quello del Libano, è solcato di scie bianche, gli alberi di mele ormai mature che brillano al sole sono lì ad aspettare gli agricoltori dei kibbutzim e dei moshavim che vengano a cogliere il frutto del loro lavoro. Non si sentono rumori di trattori ma di camionette, razzi, missili. Lungo la strada del confine diciottenni di Tel Aviv, di Beer Sheva, di Gerusalemme che si sono arruolati appena, stanno di guardia e fantasticano chissà su quale splendido viaggio, sulla ragazza o forse su uno dei piatti preferiti che le madri preparavano per loro. Ragazzine in divisa si stringono nelle spalle a ogni boato. Nel resto del mondo i ragazzi della loro età studiano ancora al liceo. Non è un film. Questa è una vera guerra. I morti non sono Tom Hanks o Brad Pitt, sono bambini di Nazaret, di Beirut, scudi umani degli Hezbollah. Menti molto più creative di Coppola o Stone hanno architettato questa strategia diabolica nella quale i missili sistemati su carri nascosti tra i civili dei villaggi libanesi volano all’impazzata su tutti i bersagli, mobili e immobili, di Israele. Milioni di dollari per “riappropiarsi” di una terra mai stata loro, dove vivono in pace ebrei, arabi e musulmani israeliani, che hanno imparato ad andare insieme dal medico e a scuola, a fare teatro insieme, a giocare a pallone insieme, a lavorare nelle stesse fabbriche, a comprare negli stessi supermercati e a temere il male che terroristi ciechi spinti da un odio insano potrebbero causare ai propri figli. Ancora una volta Abramo sale sul monte Moria e prepara Isacco per il sacrificio. Fino a quando saremo messi alla prova? Abbiamo creato movimenti di pace, cercato il dialogo, avvertito, supplicato di non nascondere i terroristi nelle proprie case, lanciato volantini in arabo per evitare di colpire civili, protetto chiese e case, rispettato tutte le diversità possibili, processato regolarmente i mandanti degli assassini di migliaia di vittime di questi cinque anni di terrore in Israele. E nonostante ciò stiamo salendo sotto il sole cocente sul monte Moria. E già altri innocenti sono stati sacrificati. Lo sappiamo che all’ultimo momento la mano dell’angelo fermerà Abramo, ma intanto, nel frattempo, ci difendiamo. E lo faremo senza posa, finché non avremo estirpato il male. Non era forse richiesto proprio questo al nostro popolo? Rispettare le leggi e insegnare al mondo a rispettarle?

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