«Bombardano casa mia». Avsi lascia il paese ma non l’abbandona

Di Tempi
27 Luglio 2006

Certo, il diritto all’autodifesa di Israele non si discute, però per uno che in Libano ci vive da sette anni e a Jounieh (una ventina di chilometri a nord di Beirut) si è trasferito con tutta la famiglia, «beh, è un po’ più difficile mettersi dalla parte di Israele senza se e senza ma. Il fatto è che stanno bombardando casa mia». Per forza di cose quindi Emilio Maiandi, «milanese di Baggio», responsabile Avsi per il Libano, tre bambini e una moglie incinta, due settimane fa si è visto costretto a rimpatriare in fretta e furia. «Giovedì 13 luglio hanno bombardato l’aeroporto e continuavano ad arrivare brutte notizie. In ambasciata dicevano: chi può vada. Poi dalle finestre di casa ho visto piovere i missili sul porto di Beirut. Allora ho deciso di portare via la famiglia. Venerdì, in taxi, ci siamo spostati ad Amman, in Siria. Viaggiare in quei giorni non era ancora così pericoloso. Sabato però hanno bombardato anche la strada per la Siria, la stessa che avevamo percorso il giorno prima, ma noi per fortuna eravamo già in Italia».
È con molto rammarico ma senza rabbia che Maiandi racconta a Tempi il punto di vista del popolo libanese sulla nuova crisi mediorientale. «Fino a pochi giorni fa – spiega – il Libano era un paese dove si viveva in maniera normale. Ora invece la gente ha paura di mettersi per strada. Dopo la mia partenza un missile israeliano ha centrato perfino Achrafieh, la zona cristiana della capitale. Ma mica partivano da lì i razzi degli Hezbollah, è solo che c’era una gru. E una gru, vista dal satellite, somiglia parecchio a una rampa di lancio. Ecco, il fatto è che l’intero territorio libanese è un possibile obiettivo. Da due settimane i libanesi sono tutti chiusi in casa, tutti». Strade deserte, supermercati semivuoti, centinaia di migliaia di sfollati. Da parte dei libanesi («che non hanno affatto la violenza nel Dna, anche perché per il 40 per cento sono cristiani») la sensazione è che la gente sia «ostaggio di una minoranza ideologica nemica del popolo, una minoranza che lanciando razzi su Israele gli ha solo fornito un pretesto per far massacrare sé e gli altri». Maiandi sospira. E pensare che «in Libano in tempi normali l’integrazione proprio si respira. Noi di Avsi, attraverso il sostegno a distanza, ci prendiamo cura di 1.500 bambini, islamici e cristiani. Ma anche per i progetti legati allo sviluppo agricolo del paese abbiamo la fortuna di trovarci a lavorare a stretto contatto con le organizzazioni locali. Ebbene, posso testimoniare che la convivenza fra culture qui è pane quotidiano. Proprio l’altro giorno un’ingegnere musulmana ha partecipato al matrimonio di un mio collega cristiano. In chiesa».
Da Milano Maiandi si mantiente in contatto con i collaboratori libanesi. Ogni giorno dal quartier generale dell’Avsi partono collegamenti verso tutto il paese: «Dobbiamo mantenere i progetti già avviati e siamo già partiti con parecchi interventi di emergenza: aiuto agli sfollati, rifornimento alimentare e così via. Per ora tentiamo di essere utili perlomeno in fase progettuale. Per tornare in Libano, invece, purtroppo ci tocca aspettare».

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