«Hezbollah? Sono eroi. L’Iran? Ha diritto all’atomica. E quando c’era il buon Saddam…» Il mondo dall’altra sponda del Mediterraneo

«Che lezione stanno dando gli Hezbollah ad Israele!». Abdou Gobair non è affatto un sempliciotto. Già militante del partito comunista e romanziere del gruppo “anni Settanta” con opere tradotte all’estero, adesso è collaboratore di Al-Ahram settimanale e gestore di un pittoresco agriturismo affacciato sul suntuoso panorama del lago Qarun, in prossimità di una delle oasi naturalistiche più belle di tutto l’Egitto. Ma quando il discorso cade sulla politica mediorientale, anche il più brillante e sofisticato degli interlocutori egiziani scivola nella dimensione onirica. Al-Wafd, giornale di opposizione dell’omonimo partito liberal-nazionalista, mostra una vignetta col cartellone di quello che sarebbe un film in prima visione: “L’eroe della resistenza libanese”; si vede un combattente con la testa avvolta in un foulard nero inseguire un impaurito soldato israeliano con un braccio ferito al collo. Il pro-governativo Al-Gomhouriya non è da meno: «Gli attacchi vendicativi perpetrati dalle forze israeliane contro il Libano e, prima, contro la Palestina vanno considerati come il tentativo disperato di ritrovare prestigio ed egemonia dopo il deterioramento dell’immagine di invincibilità dell’esercito israeliano per mano degli eroi della resistenza libanese e di quella palestinese. Esse sono riuscite a catturare tre soldati israeliani in due operazioni audaci e senza precedenti».
Questa identità di vedute fra governo e opposizione rende possibili scene surreali come quella della scorsa settimana nel centro del Cairo. Davanti all’edificio dell’Ordine dei giornalisti, a poche centinaia di metri da Tal’at Harb, il cuore del brulicante struscio del tardo pomeriggio, una cinquantina di manifestanti scandivano slogan e invocavano la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele assediati da almeno mille poliziotti e militari, in completo bianco i primi, in tenuta nera antisommossa i secondi, scesi da una ventina di camion parcheggiati davanti al museo egizio. Pareva che da un momento all’altro si sarebbe scatenata la fine del mondo, e invece avevano ragione le decine di migliaia di pedoni che continuavano a passeggiare a un tiro di sasso e le migliaia di automobilisti che continuavano a scorrere come se niente fosse nell’imbuto formato da camion e forze dell’ordine: non è successo niente.
Rassegniamoci, sull’altra sponda del Mediterraneo il senso comune è ribaltato rispetto al nostro. Dopo una giornata che non si può dimenticare fra le dune, le rocce e i resti fossili del deserto di Wady al-Hittani il ranger Mohamed Hwihi confida i suoi pensieri: «Qui tutti amano e rispettano il governo iraniano per la sua indipendenza, l’Iran ha diritto all’atomica perché anche Israele e l’America ce l’hanno. E perché adesso tutti parlano male di Saddam Hussein? Quando c’era lui le cose funzionavano, tutti gli egiziani che lavoravano in Irak erano contenti del sistema. La verità è che George Bush is garbage. E non mi faccia parlare del mio governo».

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