Picche a Beirut, fiaschi a Bruxelles. La nuova tattica internazionale francese è all’insegna del flop

Di Arrigoni Gianluca
27 Luglio 2006

Parigi. Mercoledì 19 luglio il Canard enchaîné, un settimanale satirico, racconta l’agitazione creata dalla crisi in Medio Oriente nei corridoi dell’Eliseo e di Matignon, residenza del primo ministro Dominique de Villepin. Particolarmente interessante quanto attribuito dal settimanale a de Villepin che due giorni prima, partendo per il Libano, commentando la tradizionale intervista televisiva presidenziale del 14 luglio avrebbe detto: «L’analisi internazionale sviluppata dal presidente (.) non sono in molti a poterla fare. Non sono in molti ad avere il prestigio internazionale per farsi intendere nel consesso internazionale. Oltre a Chirac ci sono Bush, Blair, Putin, e senza dubbio ci sono anch’io». Questo conferma che il caldo tropicale e un ego smisurato, quando si incontrano, possono formare una miscela allucinogena. Il credito internazionale di de Villepin lo si è potuto poi misurare proprio durante quel viaggio in Libano, con il quale il primo ministro francese ha naturalmente ottenuto immediatamente quello che voleva, come scrive con ironia il Canard, e cioè «un cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi israeliani e lo spiegamento dell’esercito libanese sulla linea blu», al confine tra Libano e Israele. Insomma, un nuovo trionfo della diplomazia francese. Meritato quindi il sarcasmo del Canard, che a un primo ministro convinto della grande influenza della Francia nel mondo risponde facendo notare che, sulla questione libanese, nell’Unione Europea la Francia ha il sostegno di Svezia, Irlanda e Lussemburgo, e che il Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione britannica che si limita a esprimere preoccupazione per la situazione rammaricandosi «della perdita di vite umane da entrambe le parti». Qui però ci permettiamo però di far osservare che sul sostegno europeo alla Francia il Canard mente per omissione, perché si è dimenticato di quei due autentici e appassionati ammiratori della diplomazia francese che sono Romano Prodi e Massimo D’Alema. Un bel paradosso, se si pensa che Chirac e de Villepin contano proprio sulla politica estera per cercare di ritrovare in patria almeno una parcella di quella popolarità che hanno perduto da tempo. Mentre, in Italia, è proprio il continuo cincischiare della politica estera di Prodi e D’Alema che rischia di renderli assai impopolari.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.