La guerra in Libano nasce a Parigi, Mosca, Londra, Roma

Di Reibman Yasha
24 Agosto 2006

L a guerra in Libano nasce a Parigi, Londra, Mosca, Berlino, Roma. Israele sta soltanto facendo il lavoro sporco, che noi europei, russi e americani non abbiamo voluto fare. Hezbollah andava disarmato, lo abbiamo detto con la risoluzione 1559 all’Onu e poi ce ne siamo lavati le mani. Ipocrisia. Ci siamo affidati all’esercito libanese? Sapevamo quanto è debole: 61.400 soldati, di cui 60 mila in fanteria, circa mille in aeronautica e 400 nella marina. I numeri ingannano. La fanteria è impreparata, mal equipaggiata e con un budget annuale che per lo più si esaurisce nei salari. Lo sapevamo. Come conoscevamo anche le divisioni interne all’esercito libanese e il problema di lealtà che lo blocca: i soldati a chi rispondono?
Al 35 per cento sono sciiti, 27 per cento sunniti, 21 per cento cristiani e 7 per cento drusi. Il problema di lealtà arriva fino agli ufficiali al comando.
Si è considerato dunque troppo rischioso rinforzare l’esercito? Se si ritiene che così sia anche oggi, se non si vuole nello stesso tempo che lo Stato di Israele prosegua nella guerra, si preparino allora i nostri soldati, ma non per una missione “di pace”, ma per disarmare, se necessario anche ricorrendo alla forza, i terroristi di Hezbollah, forti di 12 mila missili, di cui tremila sono già arrivati sulle teste degli israeliani. O per lo meno smettiamola con l’ipocrisia delle critiche allo Stato di Israele e non lamentiamoci se il Libano resterà un paese a sovranità limitata, ostaggio degli Hezbollah ed eterodiretto da Siria e Iran.

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