Così l’ingegnere gasò il paese

Di Tempi
24 Agosto 2006
L'ordine era di liquidare l'Agip. Disobbedì. E le Sette Sorelle iniziarono a tremare

Su Enrico Mattei molto si è scritto e dibattuto in passato. Giornali, televisioni, radio, convegni, libri e pubblicazioni di ogni tipo hanno dedicato ampi spazi e ripercorso la storia di questo geniale imprenditore, analizzandola sotto ogni aspetto: umano, professionale e imprenditoriale, politico e patriottico. Il profilo che emerge da ogni storia scritta su Enrico Mattei è l’attualità del suo pensiero, tanto che vorremmo che fosse di fronte a noi per poterlo intervistare ancora e chiedergli un parere su questo o quel problema contemporaneo. Finiremmo per ascoltarlo senza annoiarci; solleveremmo la penna dal taccuino per poter riflettere sulle sue parole e farci trasportare così in quelle sue magiche visioni del futuro, autentiche anticipazioni del mondo che avrebbe accolto le generazioni successive.
I contemporanei raramente lo comprendevano. Alle prese con i problemi terribilmente quotidiani di un’Italia che usciva dal dopoguerra e che doveva pensare alla ricostruzione, avevano poca voglia di sognare e guardare lontano. Più facile affidarsi all’amico americano, al petrolio delle Sette Sorelle; come dar retta all’ingegner Enrico Mattei, soprannominato, non senza ironia, «il petroliere senza petrolio»?
Già, perché petrolio in Italia non ce n’era.
Il primo pozzo scavato nella penisola risale al 1862, tre anni dopo il pozzo Drake, dal quale nacque l’industria petrolifera degli Stati Uniti e del mondo; ma mentre il pioniere americano rinvenne l’oro nero a soli 20 metri di profondità, da noi a 680 metri ancora non si trovava nulla, sicché le iniziative intraprese si esaurirono. Di fronte all’insuccesso dell’iniziativa privata, nel 1926 lo Stato decise di integrarla e costituì l’Agenzia Generale Italiana dei Petroli. Le ricerche effettuate in lungo e in largo per il paese diedero però tutte esito negativo; così, all’indomani della Liberazione, il nuovo governo nominò Enrico Mattei commissario dell’Agip con il compito di liquidarla in sei mesi.
Mattei si accinge dunque a trattare la vendita degli impianti della società; ma subito la facilità con cui gli acquirenti sono disposti a comprare le vecchie attrezzature lo insospettisce. Convoca allora tecnici e geologi, e questi gli rivelano che in Val Padana qualcosa doveva esserci. Mattei allora disattende la consegna di liquidare l’azienda e intensifica la ricerca.
Non trova petrolio ma gas. Una vera delusione per il paese, appena uscito da una guerra che aveva reso evidente quanto il petrolio fosse indispensabile. Inoltre un mercato del gas di fatto ancora non esiste (rappresenta meno dell’1 per cento dell’energia complessivamente utilizzata in Europa), le grandi compagnie petrolifere preferiscono bruciarlo in atmosfera o abbandonare i campi in cui si ritrova: troppo costoso estrarlo, impacchettarlo e trasportarlo a grandi distanze.

Un visionario controcorrente
Pensare di risollevare l’economia italiana con il gas sembra una follia, vuol dire farsi dare del visionario in un momento in cui il mondo va avanti invece col petrolio delle Sette Sorelle – che, peraltro, ben fanno sentire la propria influenza su politici e giornali del tempo. Mattei decide di andare controcorrente. Dal legislatore ottiene nel 1953 l’istituzione dell’Ente Nazionale Idrocarburi, divenendone il primo presidente, con l’esclusiva della ricerca e dello sfruttamento dei giacimenti della valle Padana e della costruzione ed esercizio delle reti di trasporto. La scelta fu geniale. Se non si fosse battuto contro tutti l’Italia sarebbe fuori dall’industria del metano.
Mattei comprese l’importanza del gas naturale con un anticipo di almeno vent’anni rispetto agli altri paesi dell’Europa occidentale, che svilupparono l’uso del gas solo a partire dagli anni Sessanta a seguito della scoperta del giacimento di Groningen in Olanda.
Non esistendo un mercato del gas, Mattei lo crea: pressa gli industriali del Nord per convincerli a usare il metano, offrendolo a un prezzo per caloria molto più basso (ma sempre in grado di coprire i costi, compresi quelli delle nuove ricerche, impianti di produzione e di trasporto) di quello dell’olio combustibile (che, a sua volta, era inferiore a quello del carbone); nel resto dell’Europa occidentale vi era invece una generale uguaglianza di prezzi per caloria tra le tre fonti. Contemporaneamente, prima ancora che gli industriali si decidano, costruisce una rete di metanodotti che velocemente copre l’Italia.
Alla fine degli anni Cinquanta, l’Italia ha una rete di trasporto del gas di 6 mila chilometri, la terza al mondo dopo Usa e Urss. Si tratta di un progetto rivoluzionario il cui successo era tutto da provare, perchè le industrie allora usavano prevalentemente il carbone e per gli usi domestici era impiegato il gas proveniente dalla distillazione del coke. Politici e giornalisti lo attaccano, sostenendo le ragioni delle Sette Sorelle e dandogli dell’incapace per aver investito nello sfruttamento del metano che, a loro dire, si sarebbe «esaurito di lì a poco». Nasce in questa polemica l’appellativo di «petroliere senza petrolio».

La scommessa sul metano
La storia ha dato ragione a Mattei. Il consumo di gas inizia a crescere rapidamente, rendendo necessaria la stipula di contratti di approvvigionamento dall’estero, la costruzione dei gasdotti internazionali e lo sviluppo dei primi sistemi di stoccaggio di giacimenti esauriti. In anticipo rispetto all’intero continente, Mattei crea l’industria del gas. La produzione di metano passa dai 64 milioni di metri cubi del 1946 ai 5 miliardi del 1957. Oggi il gas rappresenta il 23 per cento del consumo energetico mondiale contro il 41 per cento del petrolio, e c’è chi prevede che nel giro di vent’anni la domanda di gas naturale supererà quella del petrolio.

Genialità della “formula Mattei”
L’Eni “matteiana” rappresenta il modello di una moderna politica dell’energia. Mattei infatti era convinto che l’Italia dovesse acquisire indipendenza energetica, perché «non c’è indipendenza politica se non c’è indipendenza economica; non possiamo seguitare a passare attraverso intermediari stranieri per rifornirci di una materia prima indispensabile». Prevedendo inoltre che i bisogni energetici sarebbero stati sempre crescenti, spinse l’Italia a cercare risorse energetiche all’estero. Fu così il primo imprenditore a introdurre una “visione internazionale” nel panorama imprenditoriale italiano del dopoguerra, limitato fino ad allora negli angusti schemi del confronto nazionale. Mattei invece voleva fare di Eni un player di livello mondiale; capiva che avrebbe così assicurato all’Italia anche vantaggi indiretti, come importanti sbocchi all’esportazione, specie nel settore meccanico, non solo alle aziende del gruppo, ma a tutta l’industria nazionale.
Per convincere i paesi produttori di petrolio ad accordarsi con Eni, Mattei offriva un sistema di relazioni contrattuali innovativo, la famosa “formula Mattei”. Si trattava di un sistema di collaborazione che, come soleva ripetere, «è il contrario di un sistema colonialistico, perché è una collaborazione reciproca col paese che ha la sovranità sui terreni minerari, una forma di assistenza tecnica da parte di gente che non vuole essere superiore, ma pari all’altra e che vuole collaborare nell’interesse reciproco dei due paesi». Volendo contrastare la concorrenza delle sette grandi società petrolifere anglo-americane, le cosiddette Sette Sorelle, che avevano di fatto il monopolio delle forniture di greggio all’Europa occidentale, Mattei gioca dunque la carta della collaborazione: propone ai produttori il 75 per cento dei profitti dalla produzione petrolifera (contro il 50 per cento offerto dalle Sette Sorelle), nonché la gestione paritetica delle joint ventures create per cercare e produrre petrolio (argomento quest’ultimo tabù per le altre società). La genialità della “formula Mattei” sta nel porre i rapporti tra Occidente e Medio Oriente su basi eque, facendo nascere così una collaborazione più stretta, più feconda di quelle del passato, con positive ricadute sia sulla copertura dell’aumento dei consumi energetici italiani sia, più in generale, sullo sviluppo dell’economia nazionale. Inoltre accreditò a Eni una reputazione di impresa “diversa”, determinando un rapporto preferenziale di stima e collaborazione e consentendone l’espansione all’estero.

L’intuizione americana
L’ambizione di voler rendere autonomo il paese in campo energetico spingeva Mattei a percorrere tutte le strade per poterla produrre in Italia, evitando così di dipendere dall’estero. Fu così che nel 1957 costituisce Agip Nucleare, di cui volle assumere la presidenza, dando fiducia a una nuova fonte energetica alternativa, allora ancora sperimentale. Esemplari le parole pronunciate da Mattei per spiegare la novità: «Esperti autorevoli ritengono che l’energia prodotta con reattori nucleari possa divenire più economica di quella prodotta coi metodi tradizionali. Dobbiamo arrivarci prima degli altri paesi dell’Europa occidentale che godono di maggiore indipendenza nell’approvvigionamento di risorse primarie; allora è chiara l’esigenza di promuovere senza ritardo la costituzione e lo sviluppo di un’industria nuova, che esige un lungo periodo di addestramento e di esperienze preliminari, in modo da renderla efficiente per il momento in cui si dovrà ricorrere ad essa su vasta scala».
Anche in questo caso Mattei guarda in avanti di vent’anni rispetto ai contemporanei; infatti, se negli anni successivi al 1962 gli investimenti nella ricerca petrolifera all’estero si ridimensionarono a causa dell’abbondanza di petrolio a quotazioni inferiori ai 2 dollari a barile, lo shock petrolifero del 1973 riportò d’attualità la visione di Mattei. La Centrale elettronucleare di Latina (controllata da Agip Nucleare), con reattore a uranio naturale raffreddato a gas, fu costruita a tempo di record in meno di quattro anni e all’epoca dell’entrata in servizio disponeva del reattore più grande in Europa, con una potenza elettrica di 210 MW.
Anche su temi specifici, come l’organizzazione dell’azienda e il reclutamento del personale, Mattei ebbe intuizioni anticipatrici. Volendo competere con le Sette Sorelle, decise di organizzarsi come loro, e affidò a una società americana, la Booz Allen & Hamilton, il compito di disegnare l’organizzazione del gruppo: per grandi linee, la struttura è a tutt’oggi quella del 1962.
Già allora si cominciava a parlare di “marketing”, una parola fino a quel momento ancora sconosciuta. Adottò sistemi di reclutamento e formazione del personale avanzatissimi per l’epoca: poiché i Politecnici sfornavano ingegneri edili e ingegneri meccanici, ma non ingegneri petroliferi o capaci di costruire gasdotti, allora Mattei li prendeva e li inviava presso compagnie americane per periodi di addestramento; sottoscrisse poi accordi di cooperazione e di joint venture con imprese specializzate statunitensi e acquistò brevetti e tecnologie avanzate. Stabilì inoltre una sede a San Donato (Mi) per essere vicino ai Politecnici e creò nel 1957 la Scuola Superiore per gli Idrocarburi che, a partire dal 1969, prese il suo nome. Molti dei ragazzi stranieri che si sono formati in questa scuola, sono poi diventati i quadri di molte compagnie di paesi produttori o comunque hanno assunto ruoli importanti nei paesi di provenienza e mantenuto solide relazioni di collaborazione con l’Eni.

«Gli uomini si allevano»
Del resto «gli uomini si allevano e non si possono acquistare sul mercato come le macchine», soleva ripetere. Esemplare dei passi da gigante fatti da Eni e della modernità del pensiero matteiano è il discorso da lui pronunciato ai giovani studenti della Scuola Superiore: «Anni fa guardavamo con soggezione gli Stati Uniti, era il solo paese al mondo che avesse mezzi di perforazione sul mare, si trattava di una tecnica difficilissima, quasi impossibile da imparare. Oggi siamo i primi in Europa ad averli messi in azione e come gruppo integrato siamo il più completo d’Europa. Flotta, raffinazione, gasdotti, petrolchimica, nucleare, perforazione, progettistica, piattaforme, oggi chi sta fermo non conserva niente, la concorrenza è sul piano mondiale».
Il carattere innovativo delle idee di Mattei gli procurò molti avversari, ma oggi non si possono non riconoscere i suoi meriti. Il presidente dell’Eni è stato un vero pioniere, perché seppe inventare qualcosa di completamente nuovo che gli sarebbe sopravvissuto, perché è riuscito a tramandare un codice a generazioni che non erano neppure nate quando, nel 1962, morì. Le intuizioni di Mattei, in controtendenza rispetto alle idee dei suoi contemporanei, hanno contribuito a cambiare la storia economica dell’Italia e a dotare Eni di un carattere proprio che la differenzia ancora oggi dalla gran parte dei suoi concorrenti. Ricordare Mattei significa riconoscergli un ruolo nel processo che ha portato l’Italia dall’essere un paese povero e sconfitto da una guerra terribile, all’appartenere al novero dei maggiori paesi industrializzati. n

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