David Cameron. Sarò il premier della sussidiarietà
E’ nata una stella. In meno di nove mesi David Cameron, giovane leader del Partito conservatore britannico, è riuscito non solo a spazzare via tutti i più triti clichè sul conservatorismo post-thatcheriano, ma anche a spostare i riflettori della stampa verso i banchi dell’opposizione dopo dieci anni di guerre fratricide tra i Tories e di dittatura democratica di Tony Blair. Tempi ha incontrato David Cameron al termine di una conferenza al Queen Elizabeth Centre di Londra e l’attenzione si è immediatamente focalizzata sul tema d’attualità che riempie le pagine dei giornali e le headlines dei tg di tutto il mondo: la crisi israelo-libanese.
«Sono tempi difficili, complicati. I cittadini israeliani e libanesi hanno sofferto e ancora soffrono per questa crisi. Da cittadino britannico non posso scordare come anche molti miei compatrioti abbiano rischiato la morte e siano dovuti fuggire dalle bombe e dai missili. Ma al di là di tutte le valutazioni contingenti, la questione principale riguarda il reale pericolo di un’escalation militare nella zona, di una destabilizzazione dell’area. Ritengo che alla base di una tregua ci sia la necessità della liberazione degli ostaggi israeliani, la fine degli attacchi missilistici e il disarmo delle milizie nel sud del Libano. Ma dobbiamo porci una domanda: come è possibile arrivare a una pace duratura se non affrontiamo le cause di questa crisi? Occorre, ad esempio, implementare nel suo complesso la risoluzione 1559 dell’Onu, garantire che il governo libanese riguadagni il controllo del paese e che le milizie Hezbollah non siano più una minaccia alla stabilità del Libano. Occorre riattivare una road map seria per l’area, bloccare le mire nucleari dell’Iran e porre fine all’influenza siriana su Beirut. Serve una concertazione degli sforzi diplomatici delle grandi diplomazie, uno sforzo multilaterale per ottenere almeno i primi, necessari passi verso la pace».
Un tema, quello dell’instabilità in Medio Oriente, che rischia di riverberarsi sull’Europa attraverso il terrorismo fondamentalista, un costo che Londra ha già pagato con gli attentati del 7 luglio 2005 e che è riuscita ad evitare il recente 10 agosto, arrestando i criminali prima che potessero attuare i loro piani.
Innanzitutto vorrei far notare che i responsabili di entrambi gli attentati erano cittadini britannici a tutti gli effetti. Una cosa agghiacciante, una minaccia nuova che abbiamo ignorato per troppo tempo: l’uomo che uccise in Pakistan il giornalista americano Daniel Pearl era stato educato nell’Essex. Penso che prima ancora delle risposte di politica estera dobbiamo sforzarci di riproporre quotidianamente un valore che, se vogliamo riassumerlo in poche parole, è “libertà sotto il rule of law”. Ovvero la possibilità per ogni cittadino britannico, qualunque sia il colore della sua pelle o il suo credo, di fare ciò che vuole della propria vita senza minacciare gli altri o senza infrangere la legge condivisa. Questa è la risposta vincente che dobbiamo dare alla terrificante minaccia che stiamo fronteggiando.
E oltre a questo? Qual è la ricetta per combattere e vincere questa battaglia?
Possiamo e dobbiamo provare a capire la natura della forza contro cui dobbiamo combattere e vincere. E la forza che muove questa gente è l’islamismo fondamentalista. La lotta che abbiamo ingaggiato è, alla radice, ideologica. Durante l’ultimo secolo una certa parte dell’islam si è sviluppata offrendo ai suoi seguaci una forma di redenzione attraverso la violenza. Il programma jihadista, però, non si limita alla lotta ai regimi islamici “corrotti” o filo-occidentali bensì fa sua la logica trotzkista delle “rivendicazioni transitorie”, ovvero creare una base di supporto tra i disillusi e radicalizzarli affinché siano pronti alla grande battaglia. Il fine è noto: il califfato. Il fondamentalismo si nutre di ignoranza, alienazione e mancanza di progresso: la corruzione di molti Stati mediorientali, l’assenza di democrazia, la concentrazione di potere nelle mani di poche élite sono altrettanti motivi di risentimento e benzina per l’estremismo. Ma questo risentimento non riguarda solo i poveri e i diseredati: come il nazismo e il comunismo, il jihadismo spesso e volentieri riesce a corrompere anche le menti educate. Mohammed Atta, l’uomo che guidava il commando dell’11 settembre, era un architetto e molti dei suoi complici avevano una buona educazione . Per loro, però, l’Occidente era una sorgente di corruzione che andava bloccata, vedevano l’islam come un mondo semplice e romantico minacciato mortalmente dalla modernità dilagante. Non era quindi solo la presenza delle truppe americane nel Golfo a offenderli, ma la stessa influenza di idee occidentali come l’emancipazione femminile, il capitalismo, la democrazia, il mixing di razze. Esiste una generazione di islamici in Occidente le cui insicurezze sono giunte a livelli tali da renderli soggetti vulnerabili a quella che qualcuno chiama “ideologia della purezza”. E quindi, una volta imbracciato il jihadismo, la loro vita diviene una sorta di esercizio di sopravvivenza in un territorio occupato dal nemico impuro e corrotto. Esattamente come i nazisti che negli anni Trenta volevano purgare la Germania dalla corruzione cosmopolita.
Il parallelismo fra islam radicale e nazismo, usato già da filosofi liberal americani come Paul Berman, non è un po’ ardito?
Non troppo. I punti in comune, infatti, non finiscono qui.
Esattamente come negli anni Trenta, quando in molti fraintesero e minimizzarono la natura malefica e totalitaria del nazismo, anche oggi in molti limitano la portata della battaglia jihadista all’ottenimento di alcuni risultati politici. Come dire, se ci ritiriamo dall’Iraq o se Israele fa grandi concessioni allora la rabbia jihadista si attenuerà. Questo è il più grosso e suicida errore che possiamo compiere. Quanto accaduto a Londra, a Madrid e quanto accade quotidianamente a Baghdad come a Kabul o anche in India ci dimostra che non è così.
Pur essendo lei un conservatore, le sue ricette in materie economiche si discostano molto dalla tradizione thatcheriana, non ritenendo che il mercato possa essere l’unico regolatore delle dinamiche sociali. Inoltre, lei ha sempre mostrato attenzione per gli strati più umili della società, pur continuando a sostenere la necessità di ridurre l’ingerenza dello Stato nella vita pubblica. Se né lo statalismo né il liberismo sono risposte adeguate, da dove ripartire per garantire una crescita economica che non discrimini nessuno?
Dalla sussidiarietà. La missione deve essere sradicare la povertà dalla Gran Bretagna attraverso una sussidiarietà totale, limitazione al minimo indispensabile dell’intervento statale e apertura incondizionata al lavoro delle charities, del no profit e del volontariato. L’intrapresa sociale avrà un ruolo fondamentale nel programma di lotta alla povertà e quando parlo di questo penso a piccoli gruppi di volontari che agiscono a livello locale su situazioni di disagio e povertà che ben conoscono perché connaturate al territorio in cui sono chiamati a operare. Il centro, spesso e volentieri, non conosce la periferia bene quanto chi la abita. L’interesse verso i meno abbienti non deve e non può essere una materia di sinistra: sia noi che il Labour siamo impegnati in questa battaglia, la differenza sta nel modo in cui la affrontiamo.
Ci spieghi dunque meglio dove sta la diversità rispetto al programma del Labour. Anch’esso, infatti, si basava sulla persona e sul concetto di opportunità e doveri per tutti. Non è che, come molti le imputano, lei azzarda questi discorsi per meri fini elettoralistici?
Rispetto ai laburisti, noi abbiamo soluzioni radicalmente differenti, soluzioni che non solo vanno a incidere sui problemi concreti, ma soprattutto si sforzano di risolvere il problema alla base, intervenendo sulle radici della povertà. Il Labour ha una visione centralista della questione, un approccio che cade dall’alto verso il basso e che ritiene ancora lo Stato come unico regolatore e unico soggetto deputato all’intervento. Noi abbiamo invece una visione differente, che pone il cittadino al centro della lotta alla povertà, visto che la giustizia sociale si ottiene soltanto garantendo a tutti la possibilità di poter esprimere le proprie potenzialità e rendendo tutti “soggetti attivi”. Si potrebbe riassumere il tutto con due slogan. Il nostro approccio: credere nelle persone e condividere le responsabilità. L’approccio di Gordon Brown: creare dipendenza nelle persone e rimuovere il concetto di responsabilità.
Ma, al netto dei proclami, come si concretizzano tutte queste belle intenzioni?
Penso ad esempio al miglioramento delle condizioni in cui operano le charities, a una facilitazione del loro agire attraverso delle “zone di intrapresa sociale” all’interno delle quali la burocrazia statale, il red tape, sia ridotta al minimo assoluto e il carico fiscale abbia un regime particolare. Voglio che quello che è il mio istinto diventi l’istinto dell’intero partito: ovvero, di fronte a un problema come quello della giustizia sociale l’interrogativo da porsi non deve essere “cosa può fare lo Stato al riguardo?”, bensì “cosa possiamo fare tutti insieme per risolverlo?”. Questa è la grande scommessa politica in un paese come la Gran Bretagna, dove il problema maggiore sta nel fatto che la gente non va a votare, è disillusa. La responsabilità è nostra, di noi politici: dovremmo smetterla di fare grandi promesse che non possiamo mantenere, il mondo non si cambia cambiando un governo. Io voglio che questo partito sia credibile perché dice la verità anche quando questa è scomoda, anche quando significa dire che in politica estera Tony Blair ha fatto scelte positive che ho condiviso e continuo a condividere. Di più, fossi stato al suo posto avrei fatto esattamente lo stesso, in Afghanistan come in Iraq.
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