La lunga mano del colonnello Gheddafi

Gira che ti rigira il problema è sempre quello: fino a quando l’Italia non darà a Gheddafi quel che chiede, il colonnello continuerà a fare i dispetti. Sempre nascondendo la mano dopo aver tirato il sasso, come ha imparato a fare dai tempi dell’attentato di Lockerbie. Che uno stato di polizia com’è la Libia non riesca ad impedire la partenza di migliaia di clandestini dai suoi porti alla volta della Sicilia, è qualcosa che possono credere solo gli ingenui. Il punto è un altro, come fece capire Gheddafi all’indomani della sommossa di Bengasi (che comportò la distruzione del consolato italiano e la morte di una decina di manifestanti), innescata dalla pubblicazione delle vignette satiriche danesi su Maometto: «È l’Italia che odiano, non la Danimarca. Se Roma rifiuterà di indennizzare Tripoli ci saranno altre aggressioni». Il colonnello mise il cappello su un evento che era sfuggito al suo controllo, ma la sostanza del discorso è quella. La jamairiya libica continua a chiedere il pagamento dei “danni causati dal colonialismo italiano” 63 anni dopo che esso è finito, e quantifica l’indennizzo in una cifra che nessun governo, né di destra né di sinistra, è disposto a sborsare. Qualcosa a metà strada fra i 6 e i 12 miliardi di euro, cioè il costo per la realizzazione di un autostrada lungo tutta la costa libica, dal confine tunisino a quello egiziano; oppure a scelta la costruzione di una ferrovia da Misurata a Sebah.
Nel frattempo Gheddafi si è già preso un lauto anticipo, incamerando senza indennizzo i beni dei 20 mila coloni italiani da lui espulsi nel 1970 e i crediti (duemila miliardi di vecchie lire) di 118 imprese italiane che non sono mai state pagate per merci e servizi forniti negli ultimi vent’anni. Nella sua visita del 2004 Berlusconi mise sul piatto 60 milioni di euro, che sarebbero potuti servire per la costruzione dell’ospedale da 1.200 posti letto che effettivamente l’Italia si era impegnata a realizzare ai tempi dell’accordo col re Idris nei primi anni Cinquanta, senza poi mantenere la promessa. Gheddafi snobbò l’offerta, così come non s’è poi fatto commuovere da gesti goffi come l’invito a Bruxelles da parte di Romano Prodi allora presidente della Commissione, una lunga e apologetica intervista di Prodi alla tivù libica nell’estate del 2005, la presentazione dell’edizione italiana del libro di Gheddafi Fuga dall’inferno e altre storie da parte del ministro degli Interni Giuseppe Pisanu. E medita già un altro dispetto: da poco la Saipem ha finito di costruire un nuovo gasdotto fra Italia e Libia; scommettiamo che quest’inverno il colonnello giocherà ad apri-chiudi, chiudi-apri?

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