Peccato sociale, che gran diavoleria

Di Berlicche
07 Settembre 2006

Mio caro Malacoda, i tempi sono propizi e il tuo lavoro procede bene. Il tuo paziente è in quella fase a noi favorevolissima in cui vuole ardentemente essere cristiano e chiede a tutti come poterlo essere di più. Sei riuscito in modo mirabile a istillargli quell’atteggiamento che lui crede essere la virtù dell’umiltà e invece è semplicemente incertezza e mancanza di carattere e di convinzione. Confesso che non mi aspettavo da te una conoscenza così approfondita delle tecniche del Nemico e una capacità così sviluppata di assorbire i colpi inevitabili senza reagire. Hai capito che di fronte agli attacchi del Nemico, quando decide di mettere in campo tutta la sua potenza di fuoco, c’è poco da fare, è inutile cercare di convincere il tuo paziente che quello che lui chiama miracolo non è successo, sostiene di averlo visto e non puoi farglielo dimenticare, non subito. Ma puoi, come utilmente hai fatto, aspettare e intervenire prima che lo stupore diventi convinzione.
È questo il momento di fargli conoscere quel tipo di persone che «io non ci credo ma rispetto le tue idee». Costoro hanno quella strana presunzione, la chiamano onestà, che li rende dispensatori di consigli non richiesti: «Se vuoi essere veramente cristiano come dici di essere.». Sono i tuoi migliori alleati. La parola peccato per loro non ha senso, non saprebbero definirla, ma sanno intrattenerti a lungo sulla differenza tra i peccati «individuali», ormai superati, e i «nuovi peccati sociali». Hanno una particolare fissazione per la povertà. Ne parlano e ne scrivono con trasporto tale che se non sei povero ti senti colpevole di non esserlo e responsabile della povertà altrui. Soprattutto quella lontana, quella macroscopica, quella di interi paesi e continenti, mai che scrivano della loro colf. Questi poveri sono poveri perché tu sei ricco, perché tu vivi «al di sopra delle tue possibilità» e non bastano certo quei gesti che il Nemico chiama «di carità» ad aiutarli e ad assolverti. Fai pure il tuo obolo, ma prendi coscienza che se non arrivi a sollecitare la politica è vano. Porta il tuo paziente sino a questo punto e ce l’avrai in pugno. Il pensiero che la soluzione della povertà è compito preminente della politica lo terrà in quello stato altalenante tra il rimorso per il suo benessere e un forma di autoassoluzione di fondo che rende irriconoscibile il peccato.
Devi stare attento, in questa fase, alle chiese che frequenta, alle omelie che ascolta, hai a disposizione centinaia di funzionari del Nemico per tenerlo in questa sospensione. Bada solo che non incontri qualcuno che gli spieghi che la politica è la forma più alta della carità, qualcuno che metta in collegamento questi due estremi che gli paiono inconciliabili. Qualcuno che gli spieghi che il peccato non è qualcosa di troppo, vivere «al di sopra delle nostre possibilità», ma qualcosa di meno, vivere «al di sotto delle nostre possibilità». Insomma, che la frase «faccio quello che posso» non gli suoni mai in tutta la sua ipocrisia. Noi sappiamo che il possibile è parente stretto dell’infinito, che la politica dell’infinito è la carità e che il teatro della carità è la storia. Ecco, continua a fargli leggere trattati di morale e tienilo lontano dalla storia della chiesa.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche

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