Perchè l’ulivismo italiano non ha ancora un partito
Si cominciò a parlare di partito democratico dopo la caduta del sistema degli Stati comunisti nel 1989. Essa metteva in discussione l’intera storia del movimento operaio nelle sue due varianti: quella comunista e quella socialdemocratica. Che sono unite da un nucleo marxiano comune: i lavoratori, difendendo i propri interessi di classe, rappresentano interessi generali di cittadinanza. E divise su dittatura del proletariato e democrazia parlamentare. “I democratici” della sinistra riformista e liberale nel Pci, che nel 1989 era già socialdemocratico, chiedevano la rottura del paradigma comunista/socialdemocratico e l’adozione di quello democratico. Che è il seguente: in principio è la persona, l’individuo libero e ontologicamente aperto agli altri. Con loro costituisce la famiglia, la comunità, la società civile. Lo Stato di diritto nasce per proteggere il patrimonio originario di libertà, diritti e doveri dell’individuo sia dagli altri individui sia dalla famiglia/comunità/società. Lo stato di diritto costituisce la persona in quanto cittadino. Per i socialdemocratici contano “i lavoratori”, per i democratici “i cittadini”. Questi due diversi paradigmi comandano programmi molto differenti di policies: ad esempio nei servizi pubblici quali scuola, sanità, amministrazione pubblica, giustizia un conto è difendere gli interessi dei lavoratori addetti, un conto gli interessi dei cittadini utenti.
Perché la sinistra non è ancora riuscita a fondare un partito democratico in Italia? Per due ragioni strettamente interconnesse: il peso della potente tradizione intellettuale della sinistra durata 150 anni fino alla fine del Novecento; la forza degli interessi “comunisti/socialdemocratici” costituitisi nel corso di questa lunga e aspra storia. Ragioni co-fungenti e circolari: gli interessi impediscono che si arrivi alla rottura epistemologica del vecchio paradigma, la mancata rottura rilegittima gli interessi, di cui i sindacati sono la rappresentanza più pervasiva e potente. Come spezzare il circolo vizioso? Servirebbe una sfida dall’esterno. Ma il combinato disposto di Berlusconi, Fini, Casini, Bossi non è stato in grado negli anni di governo, tampoco lo è ora, di mettere in crisi il blocco corporativo degli interessi, di cui i sindacati sono l’asse portante. Sono mancate la visione e l’investimento morale. E dall’interno? L’asse D’Alema-Bersani-Rutelli sa bene dove andare. Ma gli manca la forza morale e il gusto del rischio.
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