La brezzolina leggera che spira ad Assisi

Di Pier delle Vigne
14 Settembre 2006

Assisi 2006. La saga di Sant’Egidio arranca: nella sacra basilica sorta sul luogo di sepoltura di uno dei più grandi santi di tutti i tempi, quel san Francesco che parlava ai lupi e che mostrava al mondo la grandezza della conversione cristiana, si è svolta l’annuale edizione dei sant’egidini. Rispetto alle edizioni passate, quella di quest’anno è apparsa diversa, soprattutto nella sua visione prospettica: un po’ perché i risultati del decennale dialogo con l’islam ancora non si vedono no-nostante gli sforzi profusi dai fautori della filosofia del “volemosebene”, un po’ perché è venuto a galla qualche elemento di stanchezza nella formula della kermesse egidina. Impossibile non notare che a vent’anni dallo storico raduno tra le fedi voluto da Giovanni Paolo II – quando ancora il mondo era diviso in blocchi – si è celebrata in assenza del suo successore, Benedetto XVI, il quale si è limitato a inviare solo un messaggio facendo capire che è bene esser cauti con preghiere comuni con le altre religioni, anzitutto per non accrescere la confusione dei fedeli in un mondo fin troppo confuso. Il rischio di relativismo e di sincretismo è tragicamente in agguato, e sotto l’era Ratzinger da evitare come la peste, benché sia chiaro, ha fatto sapere il Papa tedesco, che di questi tempi lambiti dal terrorismo e dai kamikaze non si può affatto non percorrere (ma con avvedutezza) la via dei contatti e del dialogo.
Tanti gli ospiti radunati sotto il vessillo multicolore della piccola Onu di Trastevere. Un po’ scarsi, invece, gli spunti di novità. I musulmani non erano molti e le presenze in qualche modo scontate. Più o meno le stesse facce delle scorse edizioni. Per farla breve la punta di diamante del volto accettabile e dialogante dell’islam, come il rettore dell’università egiziana di Al Azhar, o Mohamed Ammine Smaili, teologo illuminato di Rabat, il muftì libanese, Mohammed Esslimani dall’Algeria, e persino un iraniano, l’ayatollah Ali Tashkiri (che però ha condannato il sionismo suonandole a Israele). A parte il fatto che muftì e teologi islamici sono stati ospitati negli stessi alberghi dei rabbini ebrei, il massimo del risultato che si può raggiungere in questo dialogo tra le fedi è un ecumenico quanto generico auspicio per la pace, terminato il quale niente muta nelle rispettive posizioni. Posizioni radicali contro posizioni radicali, dunque, praticamente un dialogo tra sordi.
A kermesse ultimata non erano in pochi a chiedersi, a vent’anni di distanza, se il famoso vento di Assisi non avesse soffiato invano. Forse nel frattempo si è trasformata in una brezzolina leggera leggera? Di sicuro non è quella vigorosa corrente d’aria di cui avrebbero bisogno le vele di tante navi che solcano oceani sempre più profondi e tempestosi. E forse il summit sarebbe passato pressoché inosservato non fosse stato per la provvidenziale presenza alla cerimonia conclusiva di Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica, arrivato nella cittadella umbra a ricordare agli immigrati che esistono regole ben precise da rispettare. Riferimento, ovviamente, rivolto all’Ucoii e alla ritrosia di una parte dell’islam italiano ad accettare in toto la Costituzione e i suoi principi basati sull’uguaglianza di ogni cittadino, senza distinzione di sesso, di razza e di religione. Come ha recentemente commentato padre Justo Lacunza Balda, rettore uscente del Pisai, la pontificia università di studi islamici d’Oltretevere: «Come si fa ad accettare che vi siano cittadini che mettono sopra la Costituzione il Corano?».

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