Partita Persia

Di Rodolfo Casadei
14 Settembre 2006
Europei e critici di Bush propongono concessioni a Teheran. Ma è una follia

K ofi Annan che fa precedere la sua missione a Teheran dalla dichiarazione a Le Monde «non credo che le sanzioni siano la soluzione a tutti i problemi, in certi momenti preferisco la pazienza»; Massimo D’Alema che chiede un posto per l’Italia al tavolo dei negoziati premettendo «non credo alla politica dell’isolamento e delle sanzioni, non ha mai prodotto effetti positivi» e aggiungendo pochi giorni dopo «se lo sviluppo della tecnologia nucleare è portato avanti da Teheran per fini pacifici, esso è legittimo»; Dominique de Villepin che giura sull’unità e fermezza della comunità internazionale di fronte all’Iran «mantenendo aperta la possibilità del dialogo» e premettendo che «non ci può essere altra soluzione alla crisi se non politica»; Zbigniew Brzezinski (il più ascoltato consigliere di Jimmy Carter presidente) che loda quanti si battono contro «gli slogan semplicistici e guerrafondai a proposito dell’Iran» e a favore di «una relazione più costruttiva»; su Newsweek Fareed Zakaria che esorta Condoleeza Rice a non porre nessun tipo di condizione a colloqui diretti con Teheran e Michael Meyer che rilancia l’idea di un G.W. Bush imitatore di Nixon, il quale nel 1972 si recò a Pechino a inaugurare una stagione di collaborazione con la Cina maoista che aveva sfidato l’America definendola «una tigre di carta». La lista dei fautori dell’appeasement nei confronti del regime dei mullah si allunga ogni giorno di più e – questa la novità – non contiene soltanto più nomi europei, russi e cinesi, ma anche americani. Posizioni analoghe a quelle di Newsweek le ripropongono, infatti, riviste autorevoli come Foreign Policy e Think tank come il Council on Foreign Relations e il Carnegie Endowment.
La cosa più sconcertante è che gli inviti al dialogo e le esortazioni alla gentilezza si fanno più fitti proprio quando le provocazioni di Ahmadinejad e Khamenei hanno toccato lo zenith: non solo Teheran ha disatteso l’ultimatum Onu per la sospensione dell’arricchimento del suo uranio, ma ha accolto Kofi Annan in visita con una mostra di vignette negazioniste sull’Olocausto e i consueti appelli presidenziali alla distruzione dello Stato di Israele. Più in generale, l’Iran è quel paese che mantiene in vigore da 17 anni un provvedimento di condanna a morte di uno scrittore straniero (Salman Rushdie) e di tutti coloro che hanno collaborato alla pubblicazione di un suo libro (alcuni di essi sono stati uccisi o feriti), che arma, addestra e finanzia apertamente gruppi terroristici (Hezbollah, Hamas, Jihad palestinese, il Partito curdo dei lavoratori, ecc.), che alimenta violenze fra sunniti e sciiti e attacchi alle forze della coalizione in Iraq attraverso le milizie di Moqtada Sadr o direttamente con suoi agenti, che reprime con leggi draconiane il dissenso di studenti, giornalisti, donne e attivisti dei diritti umani, giungendo a sopprimere l’organizzazione creata dall’unico premio Nobel del paese, Shirin Ebadi.

L’ultima moda politica
L’azione di Hezbollah conclusasi col rapimento di due soldati israeliani e che ha scatenato l’offensiva di Gerusalemme è stata preceduta il 4 luglio da un summit presso l’ambasciata iraniana a Damasco. L’incontro ha visto riuniti alti ufficiali delle forze di sicurezza iraniane, ufficiali dei servizi segreti siriani ed esponenti di Hezbollah con Ali Larijani. Costui non è solo l’incaricato del negoziato sul nucleare (in questa veste ha recentemente incontrato Javier Solana), ma anche il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran. In quell’occasione è stato deciso di incrementare le azioni contro Israele per distrarre l’attenzione internazionale dalla crisi del nucleare iraniano, con le belle conseguenze che sappiamo. Nonostante questo e molto altro, gli appelli per una politica di distensione verso Teheran sono diventati l’ultimo grido della moda politica, da una parte e dall’altra dell’Atlantico. Ciò è dovuto a una serie di circostanze coincidenti. L’appeasement europeo verso Teheran non è una novità; lo hanno smodatamente praticato per anni ministri europei come il tedesco Hans-Dietrich Genscher, il britannico Jack Straw, l’italiano Lamberto Dini, giustificandolo con discorsi sul ruolo moderatore e pragmatico dell’Europa che avrebbe facilitato la transizione dell’Iran alla democrazia. A detta degli stessi iraniani la spiegazione sarebbe un’altra. Si legge su un documento di una commissione studi del parlamento iraniano: «La presenza attiva e ampia dei paesi europei in Iran è la carta vincente che i negoziatori iraniani devono presentare ai loro avversari durante le trattative relative alle nostre attività nucleari (…). I nostri diplomatici e tutti i ministri che saranno impegnati nelle trattative con gli europei non solo non devono temere le minacce di eventuali rinvii al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma anche devono assumere un atteggiamento offensivo, e difendere a testa alta gli interessi vitali del paese (…) paesi europei come la Germania, la Gran Bretagna, la Francia, la Norvegia o l’Italia hanno una presenza talmente estesa nell’economia iraniana e i loro interessi sono di tali dimensioni che non potranno rinunciarvi aderendo a eventuali azioni ostili nei nostri confronti». Il fattore economico però non è tutto: i fallimenti e le conseguenze impreviste della politica americana in Medio Oriente hanno ringalluzzito i critici dell’unilateralismo di Bush, in Europa e negli Usa, che ora si sentono in diritto di proporre una politica alternativa e opposta. Le campagne militari in Afghanistan e in Iraq hanno creato una situazione vantaggiosa per l’Iran che gli ayatollah non potevano sognarsi fino a cinque anni fa: Saddam Hussein e i talebani, nemici giurati di Teheran, sono stati spazzati via, e 150 mila soldati americani sono impantanati in Iraq, facile bersaglio di eventuali ritorsioni iraniane o alimentate dall’Iran in caso di attacchi occidentali alle infrastrutture del nucleare. In una congiuntura del genere le opzioni a disposizione dell’amministrazione Bush sono poche: le minacce di ricorso alla forza e di una politica aggressiva di “regime change” risultano poco credibili.

Non è la Cina degli anni Settanta
Ma l’alternativa di una svolta politica “alla Nixon” è ugualmente irrealistica, essendo l’Iran di oggi una cosa molto diversa dalla Cina dei primi anni Settanta. Lo ha ben spiegato il giornalista iraniano esule in Usa Amir Taheri: «Diversamente dalla leadershp cinese degli anni Sessanta, quella iraniana attuale si trova di fronte a una crescente opposizione interna, specialmente da parte di una classe media che non aveva equivalenti nella Cina. Negli anni Settanta Usa e Cina avevano bisogno l’una dell’altra per controbilanciare l’Unione Sovietica. Oggi non c’è nessuna Urss, e gli Usa, fortemente presenti nella regione, non hanno bisogno dell’Iran come alleato». E infine l’ostacolo maggiore resta la natura rivoluzionaria della leadershp iraniana: «Gli attuali leader dell’Iran sono convinti che il loro regime può sopravvivere solo se rimane fedele al suo messaggio rivoluzionario e cerca di “esportarlo” nel resto della regione. La diplomazia khomeinista è concepita in modo tale da ricercare il trionfo totale della Repubblica islamica e la resa totale delle controparti negoziali su qualunque tema. Chi legge la stampa iraniana ufficiale impara subito che per la leadership iraniana non esiste negoziato che non si concluda con la sua vittoria e con la sconfitta dei partner negoziali».

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