Finalmente superiore

Di Persico Roberto
14 Settembre 2006
«Con me la destra ha smesso di scusarsi di non essere la sinistra». Il libro-manifesto del futuro candidato all'Eliseo

Nicolas Sarkozy ha lanciato la volata. Uno sprint di un anno, fino all’Eliseo 2007. È partito lungo, certo di avere risorse per lasciar per strada tutti gli avversari, a partire dal fenomeno Ségolène, «tutta immagine e niente sostanza», per dirla col Foglio del 5 settembre. Intanto il suo libro-manifesto, Témoignage (“Testimonianza”), ha venduto trecentomila copie in tre mesi. Dando intanto ragione all’autore contro gli amici che gli sconsigliavano di far uscire il volume in periodo di vacanze estive.
Témoignage è molto più di un programma elettorale. È prima di tutto la riproposizione orgogliosa di una cultura radicata nella tradizione, finalmente uscita dalla sudditanza psicologica nei confronti del progressismo imperante: «Una destra che ha smesso di scusarsi di non essere la sinistra. Io mi sono dato molto da fare – scrive – per liberare dai suoi complessi la destra francese, a lungo come paralizzata da una sinistra che amava dar lezioni a destra e a manca. Così la destra, condannata a un silenzio complice, ha finito per perdere gran parte della sua identità». Sarko gliel’ha ridata, un mix di fierezza della propria storia e di deciso pragmatismo. «Mi attribuiscono convinzioni assai solide, e in un certo senso hanno ragione. Sì, sono convinto che, nel profondo della società francese, ci sia una forte domanda di restaurazione di certi valori della destra repubblicana: il lavoro, il rispetto dell’autorità, la famiglia, la responsabilità individuale. Ma la solidità delle mie convinzioni di fondo non è per nulla in contrasto col dubbio che mi accompagna sempre. Cerco di non considerare mai acquisita una volta per tutte una certezza, un pregiudizio, un’evidenza. Preferisco dubitare molto prima di decidere – chiarisce – piuttosto che esitare continuamente una volta presa la decisione. Il dubbio è una modalità di giudizio; l’esitazione un vagare che non porta da nessuna parte». Quando si è certi, si può anche cambiare idea e riconoscere di aver sbagliato. Come nel caso del progetto di legge sul primo impiego, «vissuto come ingiusto per la semplice ragione che lo era». O della norma sulla “doppia pena”: uno straniero condannato a pene detentive, una volta scarcerato veniva automaticamente espulso dal paese. Una bandiera della destra. Sarko ricorda quando cambiò parere: fu il caso di Chérif Bouchelaleg, che avrebbe dovuto essere cacciato lasciando la moglie francese e sei figli: che idea si sarebbero fatti quei ragazzi di un paese che li condannava a vivere senza padre? Così l’allora ministro degli Interni si appropriò di una battaglia “di sinistra”, contro buona parte del suo partito; ora la “doppia pena” è un ricordo.

«Francesi non si nasce»
Accondiscendenza? Nemmeno per sogno. Sarkozy rivendica con orgoglio la sua condizione di figlio di immigrati, grato alla tradizione di ospitalità della Francia. L’amore per il paese che l’ha accolto non gli impedisce di vederne i limiti; i limiti non ne offuscano i meriti: «Occorre che la Francia impari a distinguere la fierezza dall’arroganza. La sua storia ha delle zone d’ombra; ma le ha riconosciute. Oggi nessun francese mette in dubbio che l’onore della Francia fosse a Londra, non a Vichy, dalla parte dei dreyfusardi, non degli antidreyfusardi. I francesi possono essere fieri della loro storia». Dunque: «Essere francesi non è una questione di nascita. È questione di riconoscersi nella cultura e nella storia di questo paese dal destino incomparabile. È precisamente per questo che coloro che non amano la Francia non sono obbligati a restare». Altro che il “complesso antisessantottino” su cui ironizza a vuoto Daniel Cohn-Bendit dalle pagine del Corriere della Sera.

Nicolas Sarkozy, Témoignage
edizioni XO, pagg. 282, euro 16,90

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