Un bel moderato
Hezbollah «è il simbolo della resistenza araba». L’America è «il potere dei poteri e ha accesso a strumenti internazionali per mantenere la sua supremazia e rafforzare il suo dominio, con l’unico scopo di sottomettere gli altri». «L’Iran ha i suoi problemi (con i diritti umani, ndr), ma non sono maggiori delle violazioni che abbiamo visto ad Abu Ghraib e a Guantanamo». Il ricordo della presa degli ostaggi americani da parte degli studenti khomeinisti nel 1979 provoca rammarico ma era anche «una reazione rivoluzionaria a un mezzo secolo durante il quale l’Iran era stato tenuto in ostaggio dagli Stati Uniti. Forse gli Usa dovrebbero avere qualche rammarico in più nei confronti dell’Iran». E meno male che Mohammad Khatami era stato presentato come il capofila dei “moderati” all’interno della leadership iraniana, altrimenti chissà cos’altro avrebbero dovuto ascoltare i partecipanti alle conferenze che l’ex presidente della Repubblica islamica ha tenuto nel corso della sua contestata visita negli Stati Uniti. Fra un virtuosismo dialettico e un sorriso conciliante, fra un invito al dialogo e una condanna del terrorismo (dei sunniti di Al Qaeda, non degli sciiti di Hezbollah) l’allievo di Khomeini ha trovato il modo di attaccare pubblicamente a fondo la politica del paese che l’ha ospitato per due settimane e protetto con un ingente dispiegamento di forze di sicurezza.
Che Khatami non fosse il sincero moderato che vari soloni della stampa liberal (Boston Globe in testa) e del Council on Foreign Relations andavano propagandando lo si sarebbe potuto capire anche prima di riceverlo: bastava concedere un po’ di attenzione agli oppositori della visita. A parte i dissidenti iraniani, il più scatenato è stato il governatore repubblicano del Massachusetts Mitt Romney, che ha criticato Harvard per aver concesso il palco al leader iraniano e ha negato la scorta della polizia all’ospite (alla sua sicurezza hanno provveduto il dipartimento di Stato e l’amministrazione di Boston). Per motivare le scortesie, il governatore ha spiegato che ai suoi occhi Khatami è responsabile di torture e omicidi ai danni di dissidenti durante la sua presidenza, dello sviluppo del programma atomico segreto che è all’origine dell’attuale braccio di ferro fra l’Iran e la comunità internazionale, di aver rifiutato di estradare gli agenti dei servizi segreti complici degli attentati che nel 1996 causarono la morte di 19 americani in Arabia Saudita, di non aver mai contraddetto gli appelli del suo successore Ahmadinejad ad annientare Israele e di aver definito gli Hezbollah, nel pieno della guerra israelo-libanese, «sole splendente che illumina e riscalda i cuori di tutti i musulmani e sostenitori della libertà nel mondo».
Critici e dissidenti
Esagerazioni di un falco? Niente affatto. Basterebbe sfogliare i rapporti di organizzazioni umanitarie liberal come Human Rights Watch e Amnesty International o i file della Commissione Usa sulla libertà religiosa internazionale e del Council on Foreign Relations per scoprire che alcune delle peggiori nefandezze del regime islamista iraniano hanno avuto luogo nel corso dei due mandati (1997-2005) della presidenza Khatami, con sua piena conoscenza di causa. Racconta Kenneth Timmerman su FrontPageMagazine: «Un anno dopo essere entrato in carica, i suoi servizi segreti assassinarono in modo orribilmente brutale Darioush e Parvaneh Forouhar, leader del Partito della nazione iraniana, allora l’opposizione meglio organizzata in Iran. L’anno seguente Khatami soffocò la ribellione studentesca iniziata all’università di Teheran fra i membri e i simpatizzanti del Pni e diffusasi in altre 18 città. Fu l’inizio di un’offensiva contro il dissenso interno». Amir Taheri, il giornalista iraniano esule negli Usa, stende una lista di accuse che comprende «l’arresto e la tortura di migliaia di persone, inclusi sindacalisti e leader studenteschi, la chiusura di 150 quotidiani e settimanali, la censura di centinaia di libri e di decine di film, la fornitura di armi a Hezbollah in Libano, alle unità terroriste di Arafat, alla Jihad islamica palestinese e all’Esercito del Mahdi in Iraq». Felice Gaer e Nina Shea, scandalizzate perché a Khatami è stato offerto niente meno che il pulpito della National Cathedral a Washington per parlare del ruolo delle fedi abramitiche nel mondo, hanno spiegato sul Washington Post: «Khatami è stato presidente mentre le minoranze religiose – compresi ebrei, cristiani, sunniti, sufi, bahai, sciiti dissidenti e zoroastriani – soffrivano sistematica persecuzione, discriminazione, imprigionamento, tortura e anche esecuzioni capitali a causa delle loro convinzioni religiose».
Se Khatami è (anche) questo, perché le autorità americane gli hanno concesso il visto d’ingresso? La risposta l’ha data niente meno che il presidente Bush in un’intervista al Wall Street Journal nella quale ha candidamente ammesso di essere stato lui in persona ad autorizzare la visita: «Ero interessato a sentire cosa aveva da dire. Sono interessato a imparare come pensano e cosa pensano i membri del governo iraniano. La mia speranza è che la diplomazia riuscirà a convincere gli iraniani a rinunciare alle ambizioni di armamento nucleare. E perché la diplomazia funzioni è importante sentire voci diverse da quella di Ahmadinejad». Rivelazioni che hanno guadagnato a Bush l’approvazione della stampa liberal. «La decisione di accordare a Khatami il visto – scrive il Boston Globe – riflette la saggia, benché tardiva, comprensione che l’ex presidente iraniano rappresenta una corrente riformista che non deve essere scoraggiata». In realtà Bush è più saggio e furbo di così: diversamente dai liberal, non si fa illusioni sulla “moderazione” dei riformisti, ma è convinto di poterli usare per causare divisioni all’interno del regime iraniano, così come l’Iran ha spesso diviso con successo gli europei dagli americani.
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