Anche Casini cerca il braccetto di D’Alema
Stavolta D’Alema ha tutte le ragioni del mondo: «Fossi stato io a stringere la mano ad Ahmadinejad, immagino i manifesti contro di me che avrebbero fatto. Invece a lui nessuno dice niente». La visita di Pier Ferdinando Casini in veste di presidente dell’Unione interparlamentare all’alto esponente del regime di Teheran non ha avuto altro effetto che rompere il cordone sanitario che i paesi occidentali hanno steso intorno a lui all’indomani della sua elezione. Ma nessuno o quasi ha protestato, e D’Alema s’è lamentato con un ironico sorriso. Perché in realtà la missione dell’ex presidente della Camera aveva soprattutto una valenza politica interna: manifestare una convergenza con la politica estera dell’Unione (quella del governo Prodi, non quella interparlamentare) in vista, eventualmente, di qualcosa di più. E perché tutti, a destra e a sinistra, capissero bene l’antifona i due leader si sono dati appuntamento in tv a Ballarò per un duetto inequivocabile. Che dire, se non che la pensata della stretta di mano ad Ahmadinejad a uso e consumo dei tatticismi della politica italiana è di cattivo gusto? Perché, mentre i nostri recitano il loro gioco delle parti, in Iran si soffre e si muore. Nella settimana della visita a Teheran e della puntata di Ballarò il presidente iraniano ha lanciato una campagna contro la presenza dei docenti non islamisti negli atenei nazionali («Ripuliamo le università. perché i professori liberali e i portavoce del secolarismo continuano a infestare le nostre università»), nelle carceri iraniane è morto in circostanze sospette un secondo dissidente (il 28enne Feiz Mahdavi) dopo quello deceduto in agosto ed è stato chiuso Sharg, il principale giornale dell’opposizione riformista al governo attuale, a causa di una vignetta sulla crisi del nucleare iraniano.
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