L’utopia jihadista
L’Europa (ma su questo anche l’America fatica) non capisce la natura dell’islam contemporaneo, di quello iraniano e degli Hezbollah, come di quello salafita di al Qaeda. Non è la prima volta. Di fronte ad ogni totalitarismo, le democrazie faticano a cogliere perché qualcuno voglia distruggerle. È la sindrome della banchina di Auschwitz. Tanti ebrei tedeschi, che pure avevano visto la notte dei cristalli, le leggi razziali, che per giorni avevano vissuto negli escrementi dei carri bestiame, lì, sulla banchina su cui erano vomitati dai vagoni piombati, protestavano increduli con l’ufficiale Ss: «Aber ich bin deutsch», «Ma io sono tedesco». Ancora non capivano. Europa e America rifiutarono di comprendere che si stava consumando la strage, rifiutarono più volte persino di bombardare Auschwitz, come i prigionieri chiedevano tramite la Resistenza polacca. Ancora oggi si stenta ad accettare che quello hitleriano, nel suo orrore, era un progetto “salvifico”, che solo questo spiega perché i tedeschi sterminarono sei milioni di ebrei: per costruire un mondo migliore, per “l’Uomo Nuovo”. Ancora si crede che i nazisti fossero mossi da pura bramosia di assassinio e sete di sangue. L’utopia: le democrazie non sanno ammettere che, nella modernità, il totalitarismo altro non è che un sistema per incarnare nella storia una utopia. Per eliminare tutti quelli che l’ostacolano.
La stessa radice dell’odio contro l’Occidente (e la cristianità, e l’ebraismo) di tanta parte della platea islamica non è “nei torti dell’Occidente”, è ben altra, si è formata ben prima che Israele nascesse, in una fase in cui gli Stati Uniti erano assolutamente assenti dalla scena mediorientale. È scaturita da una formidabile azione scismatica avvenuta tra il 1930 e il 1979 nel corpo dell’islam, da scismi basati su una ideologia totalitaria e sopraffattrice sia della società musulmana che dei rapporti con le altre religioni. È quell’islam – non tutto, ma una parte sempre più forte – che intende fare proselitismo con la spada. Come fece Maometto. Come ha denunciato Benedetto XVI. Oggi l’utopia in marcia è l’islam jihadista. Un islam “rivoluzionario” con due punti di forza spesso in conflitto tra loro: l’islam che ha trionfato con la rivoluzione di Khomeini in Iran e l’islam wahabita, radicato in Arabia Saudita, che si è imposto all’esterno con il jihad vittorioso che ha sconfitto i sovietici in Afghanistan.
Benedetto XVI ha compreso pienamente il fenomeno, ha condannato una guerra santa che nasce dalla concezione di un dio che è puro arbitrio, non comprensibile con la fede e la ragione, e ha condannato un proselitismo in suo nome fatto di violenza (il jihad), offrendo contemporaneamente, con una continua, sottintesa citazione di Averroè, una straordinaria apertura di dialogo. È stato insultato, vilipeso. L’islam si è offeso perché il jihad che il Pontefice ha rigettato è ben più della guerra santa. È fede slegata dalla ragione. È una concezione della vita prevaricante. Il jihad non è, come si crede, una risposta eccessiva alla prevaricazione imperialista dell’Occidente. La concezione jihadista iraniana e salafita si basa sulla riproposizione, oggi, del modello maomettano del proselitismo armato, di conquista. È smania di egemonia: sulle altre religioni, sulla donna, sugli stessi musulmani che non si piegano. Il jihadismo è diffuso nel mondo musulmano come ambizione di egemonia su tutto e tutti. È l’avversario dell’Occidente, perché, spiega Al Ghazali, «tutto è scritto nel Corano», perché ragione e scienza non hanno spazio se non nelle maglie strette delle sure. Il terrorismo jihadista ne è solo l’estrema manifestazione.
L’Occidente laico non afferra l’essenza teologica del jihad, àncora quella guerra santa alla propria concezione della guerra, a Westfalia. Pensa che essa sia sempre collegata alla “terra”, ai confini, ai rapporti tra Stati. Accecato dal falso mito della tolleranza islamica nei confronti degli ebrei, rifiuta di guardare un antisemitismo musulmano che pure è profondamente radicato nella tradizione coranica. Pure, lo statuto di Hamas è esplicito: «L’ultimo giorno non verrà fino a quando tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e li uccideranno.». L’Occidente laico e laicista non comprende il terribile verdetto. Non vuole prendere atto che l’appello del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a distruggere Israele persuade, penetra profondamente nel ventre della umma. Non comprende che Ahmadinejad non è un dittatore qualsiasi, ma un dirigente rivoluzionario che dispone del consenso di una notevole massa critica. Ahmadinejad attende l’epifania del dodicesimo imam e viene svillaneggiato da giornalisti approssimativi per i suoi progetti di apparecchiare un grande boulevard di Teheran per l’atterraggio. Un delirio l’Occidente laico, che non digerisce, non afferra.
Ma Ahmadiejad sa di rappresentare un islam in cui palpita un messianesimo vivo. Non c’è documento politico di rilievo, a partire dalla Costitituzione iraniana che non finalizzi la società dell’islam all’Apocalisse: «La Repubblica Islamica è un sistema che si basa sulla fede nel Giorno del Giudizio Finale e nel suo ruolo costruttivo nell’evoluzione perfettibile degli uomini verso Dio». Non nega, insomma, solo la separazione tra Stato e religione, lo Stato stesso e la sua funzione sono subordinati al cammino verso l’eternità. Lo Stato etico sino all’Apocalisse viene riproposto con tutta la forza non di un’ideologia anticristiana e antireligiosa, come il nazismo e il comunismo, ma con la penetrazione di una tradizione religiosa più che millenaria. Combattere il jihad, convertire con la forza gli infedeli è quindi una urgenza impellente, insita nella fede come nello Stato. Ogni strategia, ogni tattica politica dei movimenti fondamentalisti dal 1979 in poi è finalizzata al Giudizio Universale (che avverrà a ultimo ebreo ucciso, per inciso). Il senso escatologico dello Stato, non solo della vita del singolo, ha fascino. Lega a sé un consenso crescente, minoritario, ma attivo.
11/9, il presagio dell’Apocalisse
Questo non viene compreso in Occidente, dove il senso laico dello Stato, il relativismo, l’imporsi di una religiosità new age, fanno da velo al riconoscimento di questa dinamica musulmana. Pure, Ahmadinejad, i Fratelli Musulmani, Hezbollah e Bin Laden sono chiari, espliciti. Qui si inserisce la grande crisi tra l’Europa e l’America di Bush. La caratura evangelica del percorso umano di George W. Bush, la tradizione fondante gli States (quella dei padri pellegrini), lo hanno portato a intuire “l’Asse del Male”. Bush ha afferrato il messaggio delle Twin Towers. Vi ha subito scorto quello che gli autori volevano significasse: un presagio di Apocalisse. Di qui il senso etico che da quel giorno impregna i suoi discorsi. Di qui la sordità della cultura europea che, prigioniera della dea Ragione, legge tutto con ridicoli, ripetitivi schemi: un po’ di marxismo, un po’ di terzomondismo, un po’ di antimperialismo. Di qui lo sconcertante Ralf Dahrendorf che definisce il terrorismo islamico «una banda criminale». Una Spectre. L’equivoco più grande in cui si crogiola il mondo politically correct, si basa sull’illusione che in Iran, Libano e Palestina il movimento islamico abbia un’intrinseca natura irredentista. Timothy Garton Ash, citato da Piero Fassino e Massimo D’Alema, sostiene che Hezbollah può evolvere in un movimento politico come l’Ira e l’Eta, cammino che va favorito riconoscendogli le sue giuste rivendicazioni nazionaliste. Ma Ahmadinejad, Hezbollah, Assad, Hamas e Al Qaeda non sono nazionalisti. Per loro non c’è terra, non c’è nazione se non c’è sharia. “Pace contro territori” è da anni la formula magica che dovrebbe risolvere il conflitto arabo-israeliano. È fallita, ma rimane la prospettiva su cui si muove la diplomazia mondiale. Fassino, che pure è uno dei più sinceri filosionisti della sinistra italiana, sostiene che «in Palestina non si fronteggiano due torti, ma due ragioni: Israele deve vivere nella sicurezza e i palestinesi devono avere il loro Stato». Bell’aforisma, ma falso. Le due ragioni esistono e hanno pesato negli 87 anni di crisi, ma sono sovrastate da un immenso torto di parte araba: il rifiuto di Israele per ragioni legate al Giudizio Universale, al rapporto dell’islam col suo Dio, alla concezione totalitaria dei “territori” della cultura musulmana. Anche in proposito lo statuto di Hamas (movimento che incarna l’alleanza sciita-sunnita tra Iran, Siria, Hezbollah e Fratelli Musulmani) è definitivo: «La terra di Palestina è un deposito legale (waqf), terra islamica, affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare a nessuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e i presidenti messi assieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del Giudizio. Chi, dopo tutto, potrebbe arrogarsi il diritto di agire per conto delle generazioni dell’islam sino al giorno del Giudizio? Questa è la regola nella legge islamica, la sharia, e la stessa regola si applica ad ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza, perché al tempo della conquista i musulmani l’hanno consacrata per tutte le generazioni dell’islam sino al giorno del Giudizio». Questa perfetta sintesi dell’egemonismo jihadista – quello contestato da Benedetto XVI – lega indissolubilmente il territorio alla applicazione della legge coranica e ne dichiara eterno il diritto al possesso. Non più solo il nazista “Blut und Erde” (sangue e terra), ma “Blut und heilige Gesetz und Erde” (sangue, legge divina e terra). Compiuta la conquista, imposto con la spada il proselitismo dell’infedele, la terra è santificata dalla sharia.
Il laicismo e il relativismo in Europa non riescono neanche a intuire questo movimento di fede apocalittica, come ben si comprende nella vicenda del velo in Francia. Nel 2003, Parigi decise uno sforzo di analisi della realtà multireligiosa della Francia. La commissione Stasi sviluppò così un’inchiesta sul territorio e ne uscì un’inquietante fotografia della Francia: l’integrazione multiculturale non ha funzionato, lo spirito d’appartenenza e di clan prevale su qualsiasi altro collante sociale e genera episodi intollerabili di violenza, di cui le donne musulmane sono le principali vittime. La rivolta delle banlieue dunque era già ampiamente prevista, a riprova di come gli strumenti delle scienze sociali in Francia rasentino la perfezione nella descrizione dei fenomeni. Ma solo nella descrizione dei fenomeni. Non nell’individuazione delle cause e quindi dei rimedi. Ancorata ad una meccanica volgare della complessità umana, tutta positivista, illuminista, laicista, la commissione propose i seguenti interventi: istituzione di corsi per insegnanti sulla laicità, una festa della Marianna in onore della laicità (insopprimibile sogno giacobino della Festa della Dea Ragione) e infine la proibizione di ostentare nelle scuole segni religiosi (croce, kippah o velo). Indicativa è la proibizione del velo, che è ben più di un simbolo di appartenenza: consegue alla concezione della minorità della donna. Secondo la sharia, infatti, la donna non è in grado di gestire i suoi rapporti sociali né i messaggi sessuali del suo corpo e per questo deve coprirsi. Un nodo culturale delicatissimo affrontato alla giacobina, con la proibizione, lo strumento poliziesco. Due anni dopo i ghetti musulmani di Francia, come previsto dalla commissione Stasi, sono esplosi. Questa formidabile cecità del meglio della cultura politica francese spiega ad libitum la parallela cecità (tutta laicista) della Francia nel comprendere le dinamiche che si muovono nei paesi musulmani, le crisi che agitano il Medio Oriente, la stessa essenza eversiva del regime iraniano. Il tutto con uno straordinario effetto contagio sulla sinistra europea, orfana del comunismo e col marxismo che si àncora al laicismo di scuola francese e quindi non è letteralmente in grado di riconoscere l’essenza escatologica, la dinamica rivoluzionaria, di massa, che segnano il cammino millenarista della rivoluzione iraniana e dei salafiti sunniti.
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