Senza eredi
«Era il 1967. In una riunione del Circolo Turati si parlava del colpo di stato dei colonnelli greci, si farneticava di sbarcare in Albania, di scatenare una guerriglia antifascista. “Sì, così i Greci si tengono i colonnelli per cinquant’anni” fu il commento di uno spilungone in un angolo. Volli conoscerlo». Nasce così il rapporto fra Massimo Pini e Bettino Craxi; diventerà vera amicizia, capace di sopravvivere ai rovesci del segretario socialista. Pini ricorda con orgoglio le feste di Capodanno ad Hammamet nella seconda metà degli anni Novanta, quando intorno all’ex segretario socialista non era rimasto quasi nessuno: «Lo avevano costretto nel ruolo peggiore, quello di latitante. Il latitante non può difendersi, la latitanza è un’ammissione di colpevolezza».
Perché allora Craxi non ha voluto tornare, difendersi?
Perché non si sentiva sicuro, sapeva che sarebbe finito in carcere e riteneva che lì la sua vita sarebbe stata in pericolo. Il ricordo di Michele Sindona era ancora vivo.
Un timore forse eccessivo…
Ricordiamoci il clima di quegli anni. Quando Cagliari o Gardini si sono uccisi in prigione l’opinione pubblica ha esultato, il suicidio era un’ammissione di colpevolezza. Oggi molti che allora erano in prima fila nel linciaggio mediatico hanno fatto autocritica, come Paolo Mieli, che ha affidato il suo pentimento proprio alle pagine di Tempi. Ma a chi servono certi rammarichi? Non certo agli accusati di allora; piuttosto ai pentiti, che così si rifanno una verginità.
Chi è stato, dunque, Bettino Craxi? Perché vale la pena tornare a parlarne?
Perché è stato un grande statista. Con una visione strategica del paese, dei suoi problemi, delle condizioni del suo sviluppo e della sua collocazione negli scenari internazionali. Una visione che oggi ci manca.
Per questo dedicò tanta attenzione alla politica estera.
Certo. Non, come si è detto, per smania di protagonismo o per sviare l’attenzione dai problemi italiani. Anzi, lui è stato un appassionato nazionalista. Tutti sanno che aveva un vero e proprio culto per Garibaldi; è meno noto che fosse un ammiratore di Mussolini. Una volta che andavamo in auto lungo la riva del lago di Como mi fece deviare verso Giulino di Mezzegra; comprammo dei fiori e li volle deporre nel luogo in cui era stato ucciso il Duce.
Dunque aveva ragione Forattini che lo disegnava in camicia nera e stivali…
Di Mussolini Craxi non approvava certo l’autoritarismo; ammirava la determinazione a fare dell’Italia un grande paese. Aveva però chiaro che quell’obiettivo si poteva raggiungere solo in un’Europa forte e in un Mediterraneo prospero e perciò pacificato.
Di qui la sua politica filo-araba…
Certo. Che però non fu mai anti-israeliana. Nel ’67 fu tra i primi a solidarizzare con Israele per la guerra dei Sei Giorni. Ma fu anche il primo a capire che per risolvere il problema dei palestinesi occorreva appoggiare i loro leader più responsabili.
Arafat, un bel personaggio.
Solo lui poteva tenere a bada gli estremisti. è stato l’appoggio di Craxi a permettergli la svolta democratica. Ed è stato perché si fidavano di Craxi che gli americani hanno acconsentito a parlare con Arafat.
I rapporti con gli americani però non erano tanto buoni…
“Alleati dell’America, amici dei russi” era la sua formula. Valeva anche per gli arabi. Non mise mai in dubbio la collocazione atlantica dell’Italia, anche quando gli costò attacchi durissimi da parte dei comunisti; ma riteneva legittimo che in quest’alleanza l’Europa avesse priorità proprie.
Ma attaccò l’Europa di Maastricht…
Ricordo che fu per la sua insistenza che nel vertice di Milano del 1985 si firmò l’accordo che condurrà ai Trattati di Maastricht: convinse una Thatcher riluttante. Poi si accorse che stava nascendo un mostro irresponsabile, in cui i parlamenti avrebbero ceduto la sovranità a burocrati che non rendevano conto a nessuno. Ricordo il salto che fece sulla sedia quando gli spiegai quel che c’era scritto negli accordi. A differenza di tanti altri, capì subito che Maastricht significava la fine del sistema della Partecipazioni statali e la riduzione del Parlamento a un sistema di impiegati della politica al servizio di decisioni prese dai grandi potentati economici, altrove.
Ma le Partecipazioni statali sono all’origine della corruzione italiana, del deficit…
Per come furono gestite dalla sinistra democristiana, d’accordo con la grande industria e i comunisti. Quando entrai nel Comitato di presidenza dell’Iri la consuetudine era che il presidente radunasse il consiglio solo per comunicare le proprie scelte. Io pretesi che le decisioni fossero regolarmente votate. Fu uno scandalo.
Chi era quel presidente?
Romano Prodi, come ho raccontato ne I giorni dell’Iri.
Proviamo a cogliere l’occasione per chiedergli un giudizio sulla vicenda Telecom, alla luce della sua esperienza di manager di Stato. Prima si schermisce, «non dobbiamo appiattirci sempre sull’attualità, occorre guardare le cose con un certo respiro», poi cede: «Se davvero Rovati ha preparato un piano perché Telecom rimanga in mani italiane, bé, io sono d’accordo. Settori strategici come la telefonia è bene che rimangano in Italia. Se l’immagina se a fare le intercettazioni telefoniche anziché i servizi nostrani fossero quelli di qualche altro paese?»
Torniamo a Craxi.
Lui rimase convinto fino alla fine che fosse possibile un capitalismo solidale, che il futuro non fosse il capitalismo impazzito di oggi che compra le aziende per scorporare, tagliare, rivendere, guardando solo ai dividendi trimestrali e non alle persone che ci lavorano.
Ma le razionalizzazioni producono ricchezza, altro lavoro…
A che prezzo? Certo, in America è normale cambiare città ogni due anni. Ma la nostra storia è fatta di rapporti, radici, tradizioni. Di luoghi in cui si condivide ancora un’intera esistenza. Quello di Craxi era un socialismo umanistico, attento a tutti gli aspetti della vita della persona.
Cos’è rimasto oggi del suo progetto?
Poco. La borghesia italiana non sa fare una politica nazionale. I politici di oggi non hanno una base dottrinale, un progetto, una cultura. Sono solo capaci di dirsi tutti liberali, una parola che ormai non significa più niente. Suo figlio Bobo forse ha ereditato qualcosa della sua politica mediorientale.
E Berlusconi? Non è il suo successore?
Berlusconi ha un merito storico straordinario: ha salvato l’Italia dal blocco formato dai comunisti, dalla sinistra democristiana e dalla grande industria foraggiata dallo stato che grazie a Mani Pulite stava per ingoiarsi il paese nel 1994. Ma poi non è stato capace di costruire, di aggregare le altre forze riformiste in un progetto di ampio respiro.
E quindi? Che prospettive ci restano?
Difficili. L’Europa deve ritrovare il suo ruolo di difesa delle nazioni e delle comunità. Delle sue radici. Altrimenti temo che ci aspetti un periodo di guerre terrificanti, civili e no.
Una visione da fine del mondo…
Forse solo la fine di un mondo senza Dio, un mondo che per questo non ha più prospettive per il futuro. Lo sa che sono stato anch’io alunno di don Giussani in terza liceo? Purtroppo non mi resi conto di chi era. Ero un laico feroce, allora c’era la mania dell’ateismo, non lo ascoltavo per principio. Avrei capito dopo il suo insegnamento. Una volta poi l’ho anche incontrato, in casa di un comune amico. Ora penso che l’unica speranza sia ricominciare a insegnare ai nostri ragazzi le semplici verità del cristianesimo.
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