Piaccia o no la via dei partiti unici passa per il maggioritario
Il dibattito sul partito democratico e quello precedente sul partito unico del centrodestra sanno di minestra riscaldata e, sia detto con rispetto, di un afono balbettio volto a riempire il tempo. Fatta la debita tara sulle ambizioni di Prodi di scavalcare i partiti, dei partiti di tenere in scacco Prodi, degli alleati di prevalere su Berlusconi e magari pure viceversa, resta la constatazione che nulla sembra andare verso la direzione di due futuri partiti contrapposti.
Quel poco di maggioritario, raggiunto tramite referendum stravinti e che comunque ha portato alla nascita delle attuali coalizioni, è stato indebolito. Il dimezzamento della soglia di accesso al Parlamento ha ovviamente portato a un proliferare di piccoli partiti. Sappiamo quanto questo costi in termini di incremento di segreterie, addetti stampa, posti da riempire che alla fine sono pagati direttamente o indirettamente dai cittadini; soprattutto sappiamo come tutto questo riduca l’efficienza e la tempestività della politica e ne aumenti la burocratica debolezza rispetto ai problemi da affrontare. Eppure, sebbene quattro anni di legislatura siano ancora molto lunghi, mi sembrerebbe velleitario sperare che si possa arrivare a due soli partiti se non tramite la modifica in senso maggioritario della legge elettorale, ipotesi altrettanto remota poiché andrebbe votata da parlamentari eletti con le attuali regole. A meno che non si arrivi a una crisi così grave e drammatica da riaprire tutti i giochi. Difficile arrivare ad augurarselo.
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