Alleato di chi?
Se questo è il nostro principale alleato nella guerra per sconfiggere il terrorismo e catturare Osama Bin Laden, stiamo freschi, devono essersi detti i telespettatori di The Daily Show with Jon Stewart, una specie di Striscia la notizia americano nobilitato da interviste a grandi personaggi dell’attualità. Fra un appuntamento e l’altro con G.W. Bush, nel corso della sua missione a Washington il generale presidente pakistano Pervez Musharraf ha trovato il tempo per pubblicizzare la sua autobiografia fresca di stampa (In the Line of Fire) sul principale tg satirico americano e sulla Cnn. E per far sapere a tutti di essersi schierato dalla parte degli Usa all’indomani dell’11 settembre, perché il vice segretario di Stato Richard Armitage l’aveva minacciato «di riportare il Pakistan all’età della pietra»; di considerare il presidente afghano Karzai, che lo accusa periodicamente di non fare abbastanza contro i talebani e i terroristi di Al Qaeda che attaccano l’Afghanistan dai loro rifugi in Pakistan, «un’ostrica» e «uno struzzo» che non vede la realtà della situazione perché nasconde la testa sotto terra; di pensare che «la guerra in Iraq ha accresciuto il terrorismo e l’estremismo nel mondo»; che l’islamismo è «un mostro» creato dai sauditi e dagli americani al tempo dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan e che se Bin Laden e Bush si presentassero alle elezioni in Pakistan «perderebbero tutti e due rovinosamente».
I dubbi che Musharraf non sia l’alleato senza macchia e senza paura che lui stesso si vanta di essere si accumulano da tempo. I sospetti si sono intensificati dopo l’annuncio, il 5 settembre scorso, di un accordo coi leader tribali del Waziristan settentrionale. In base ad esso le truppe dell’esercito pakistano si sono quasi totalmente ritirate da questa regione al confine con l’Afghanistan in cambio della promessa, da parte delle milizie locali, di non permettere più l’attraversamento della frontiera da parte di gruppi intenzionati a combattere sul suolo afghano e di espellere i combattenti stranieri che non accettino di deporre le armi. Musharraf presenta l’accordo (che prevede anche la liberazione di 165 combattenti locali e la restituzione di armi confiscate) come un grande passo avanti nella lotta al terrorismo e alla “talebanizzazione”, ma è più verosimile che esso abbia istituito un vero e proprio santuario per militanti islamisti e talebani che non rispetteranno mai l’impegno di non lanciare attacchi contro il territorio adiacente.
I presunti “leader tribali” che hanno firmato il patto in questione sono in realtà sette esponenti del Consiglio talebano del Waziristan, essendo stata questa regione, come gli altri sei distretti che compongono le “aree tribali” al confine fra Pakistan e Afghanistan, pesantemente “talebanizzata” nei cinque annni che sono trascorsi dalla caduta del regime del mullah Omar a Kabul. A facilitare il processo è stata la comune appartenenza all’etnia pashtun (17 per cento della popolazione pakistana, 42 per cento di quella afghana) sia dei talebani afghani che vi hanno cercato rifugio che della popolazione locale. Chi non era d’accordo è stato messo a tacere: 200 leader tribali sono stati assassinati negli ultimi anni e non trascorre settimana senza che presunte “spie” di Karzai, della Nato o degli americani vengano decapitate dopo processi farsa. Tanto contrario agli interessi dei talebani e di Al Qaeda è l’accordo voluto da Musharraf, che il mullah Omar in persona l’ha approvato e ha comunicato ai suoi seguaci tale approvazione con una lettera; a convincere i militanti più duri ha spedito il mullah Dadullah Akhund, il più crudele dei mullah combattenti, famoso per le decapitazioni compiute di propria mano e per aver inviato decine di guerriglieri a morte sicura contro le forze della coalizione. «Questo accordo ha consegnato il Waziristan settentrionale ai talebani», afferma Afrasiab Khattak, attivista dei diritti umani e politico pakistano d’opposizione. «La guerra in Afghanistan parte tutta da qui. È un nuovo round di jihad, e non resterà confinato alle aree tribali». Il portavoce delle forze americane, John Paradis, confermava giovedì scorso: «Gli attacchi nelle aree di confine sono raddoppiati o triplicati, a seconda della zona, da quando è entrato in vigore l’accordo».
Alla luce di tutto ciò appaiono provocatorie le dichiarazioni del presidente pakistano all’indomani della firma del patto, evidentemente dirette a Karzai e ai suoi alleati occidentali: «Se forze straniere entrassero nell’area ci sarebbe una sollevazione totale da questa parte della frontiera; è assolutamente impossibile, non permetteremo mai ad alcuno straniero di penetrare in quell’area. È contrario alla cultura della popolazione locale». E tuttavia Musharraf insiste a presentarsi come un alleato chiave nella lotta ad Al Qaeda e al terrorismo, e l’amministrazione Usa avalla autorevolmente questa interpretazione. Nel suo libro autobiografico il generale presidente si vanta di aver catturato 689 sospetti dopo l’11 settembre e di averne consegnati 369 agli Stati Uniti, compreso Khalid Sheikh Mohammed, la mente degli attentati di New York e Washington.
Il generale opportunista
In cinque anni di operazioni lungo il confine con l’Afghanistan, incluse le aree tribali, alla caccia di militanti talebani e di Al Qaeda l’esercito pakistano ha perduto 500 uomini. Il vicepresidente Dick Cheney definisce Musharraf «un uomo che ha dimostrato grande coraggio in circostanze politiche molto difficili ed è stato un grande alleato degli Stati Uniti». David Smith, il responsabile militare presso l’ambasciata americana a Islamabad, sostiene che «il Pakistan ha scovato più membri di Al Qaeda e ha contribuito a uccidere un numero di insorti maggiore che qualsiasi altro alleato nella guerra al terrorismo. Musharraf ha fatto molto per noi, mettendo a repentaglio la sua vita e il suo destino politico in Pakistan».
Effettivamente il presidente pakistano è sopravvissuto a tre attentati dopo l’11 settembre. Ma questo, secondo alcuni, significa poco. «Musharraf è stato sin dall’inizio un opportunista che ha continuato ad aiutare i talebani, come aveva fatto in precedenza», dice Selig Harrison, analista del Center for International Policy. «Ha dato la caccia alle cellule di Al Qaeda in Pakistan solo quel tanto che bastava ad allentare la pressione di Usa e Gran Bretagna su di lui». Va infatti ricordato che la collaborazione pakistana nella lotta al terrorismo non è arrivata gratis: in un quinquennio gli Usa hanno versato 3 miliardi di dollari di aiuti e fornito 900 milioni di dollari di attrezzature militari.
«Il 19 settembre 2001 – prosegue Harrison – fece un discorso rivelatore in tv in lingua urdu, che a quel tempo passò inosservato, col quale rassicurava i pakistani simpatizzanti di Al Qaeda e dei talebani che la sua decisione di allinearsi agli americani era solo un espediente temporaneo. Ai simpatizzanti dei talebani rivolse un messaggio esplicito: “Ho fatto tutto per i talebani quando tutto il mondo era contro di loro… Stiamo facendo del nostro meglio per uscire da questa situazione senza danneggiare l’Afghanistan e i talebani”. Ha mantenuto la seconda parte della sua promessa. Le forze talebane continuano ad avere accesso illimitato alle città pakistane di confine come basi e rifugi. Quando i talebani attraversano le montagne al passaggio di Bormoi i soldati pakistani girano la testa. Ora che le perdite fra i soldati americani e della Nato cominciano ad aumentare, gli ufficiali non risparmiano più le parole circa il ruolo del Pakistan. Il capo di Stato maggiore delle forze britanniche nell’Afghanistan meridionale, il colonnello Chris Vernon, ha denunciato recentemente che la città pakistana di confine di Chaman serve da “quartier generale” a un network di guerriglia nell’Afghanistan sud-orientale».
«Per dare un contentino a Washington e Londra», insiste Harrison, «nel luglio scorso ha ordinato dei raid contro due piccoli accampamenti talebani e occasionalmente fa arrestare figure chiave di Al Qaeda, ma in molti casi solo dopo che Fbi e Cia hanno messo la polizia pakistana di fronte alle sue responsabilità con intercettazioni che portano ai loro nascondigli». In luglio la polizia pakistana ha arrestato 27 talebani ricoverati presso un ospedale privato di Quetta dopo molte insistenze da parte inglese, ma molti sono stati rilasciati come già in altre occasioni. Ha fatto scandalo la conferenza stampa organizzata da alcuni avvocati pakistani, all’indomani dell’accordo del Waziristan che prevedeva il rilascio di 165 prigionieri da parte delle autorità, nella quale i giuristi si sono vantati di aver ottenuto negli ultimi anni la liberazione di 2.500 talebani e militanti di Al Qaeda. Questi ultimi vengono normalmente presi in carico da fondazioni religiose che poi pagano loro un biglietto per tornare al paese di origine o per altre destinazioni.
Quello “Stato” sul confine
La talebanizzazione e alqaedizzazione del confine pakistano con l’Afghanistan sono state denunciate da due recenti, coraggiosi reportage. Racconta Peter Bergen sul Washington Post: «La chiave della risorgenza talebana si riassume in una parola sola: Pakistan. Il governo pakistano si è dimostrato poco propenso o incapace (o entrambe le cose) di sopprimere le milizie religiose, benché il quartier generale dei talebani e i loro uffici centrali si trovino in Pakistan. Secondo un alto ufficiale americano, nessun leader talebano di rilievo è stato arrestato o ucciso in Pakistan dal 2001 ad oggi, né alcuno dei capi delle milizie guidate da Gulbuddin Hekmatyar e Jalaluddin Haqqani, che combattono le forze americane insieme ai talebani. Amir Haqqani, leader dei talebani nella provincia di Zabul, “non attraversa mai il confine” dal Pakistan dentro all’Afghanistan».
«Il più importante consiglio direttivo dei talebani, la Shura di Quetta, si trova nella capitale della provincia pakistana del Baluchistan; la Shura di Peshawar ha il suo quartier generale nella Provincia della frontiera nord-occidentale del Pakistan. Inoltre Hekmatyar opera nelle aree tribali di Dir e Bajur; Haqqani ha la sua base in Waziristan e Al Qaeda è presente in Waziristan e nel Chitral: tutte regioni pakistane che confinano con l’Afghanistan». Scrivono gli inviati di Newsweek nel numero in edicola la settimana scorsa: «Sulle ceneri di un nuovo stato fallito, un rifugio sta emergendo attraverso migliaia di miglia quadrate lungo il confine afghano-pakistano; si potrebbe chiamare “Jihadistan”. Si tratta di un quasi-stato autonomo di radicali religiosi, appartenenti per lo più a tribù pashtun che non riconoscono la frontiera afghano-pakistana, una linea arbitraria tracciata dai colonialisti britannici nel 1893. I fluidi confini dell’enclave si stendono attraverso una fascia di territorio che si allarga dai nascondigli sui monti nelle province più meridionali dell’Afghanistan (Nimruz, Helmand e Farah) al centro agricolo del paese nell’area di Ghazni, Uruzgan e Zabul e poi su verso nord verso Paktia e parti di Konar. Si estende ben al di là del confine pakistano dove, nonostante la strettta collaborazione fra i militari americani e pakistani, i militanti jihadisti nella provincia del Waziristan hanno cominciato a chiamarsi “talebani pakistani”. Non più disturbati dalle interferenze di Islamabad, reclutano apertamente giovani uomini per combattere in Afghanistan e amministrano processi farsa che si concludono talvolta con esecuzioni capitali in pubblico».
Tutte le ragioni del presidente
La questione non è più stabilire se davvero Musharraf protegga i talebani, ma capire perché lo fa. Harrison ha una risposta: «Musharraf vede i talebani come un contrappeso pro-pakistano alla crescente influenza dell’India (l’avversario storico del Pakistan – ndr) in Afghanistan». Si dà il caso infatti che Karzai e molti suoi ministri abbiano studiato in India e là abbiano residenze e connection. La seconda ragione coincide con la questione pashtun, etnia cui Musharraf non vuole dispiacere in quanto decisiva per gli equilibri delle aree tribali, che il governo centrale non ha mai effettivamente controllato sin dalla nascita del Pakistan, e in quanto decisiva nell’impedire l’egemonia di potenze straniere antipakistane in territorio afghano. La terza ragione attiene le complesse relazioni fra il regime di Musharraf e i partiti islamisti estremisti pakistani. Sin dall’inizio il generale presidente e l’esercito nel suo complesso li hanno usati in una duplice funzione: come alleati per aumentare la legittimità popolare di un regime salito al potere con un golpe e come spauracchio da agitare davanti ai paesi occidentali per ottenere assegni in bianco.
Mentre si presenta come argine all’islamizzazione radicale del Pakistan, Musharraf intrattiene relazioni pericolose. Nel 2004 ha concluso un accordo coi partiti islamisti filo-talebani delle aree tribali e del Balucistan per vincere le elezioni e governare le regioni di confine insieme a loro. La Bbc è venuta in possesso di un documento di un analista del ministero della Difesa britannico nel quale l’Isi (il servizio segreto pakistano) è accusato di aver presieduto alla creazione della coalizione di partiti islamisti che governa le province di confine (la Mma, Muthaida Majlis Amal) e di finanziarla segretamente. Anche quando si tratta di riformare leggi intollerabili come i decreti degli Hudood del 1979, cioè i provvedimenti per punire adulterio e fornicazione, Musharraf si appoggia sugli islamisti nonostante controlli la maggioranza del parlamento addomesticato. Si tratta delle leggi più misogine che esistano in Pakistan: per non essere condannata per rapporti sessuali extraconiugali, una donna che ha denunciato una violenza carnale deve portare quattro testimoni maschi. Ma anziché riformarle in profondità il regime militare sta studiando un compromesso con gli islamisti. Le cui madrasse estremiste continuano a restare aperte.
Secondo Frederic Grare del Carnegie Endowment tutto questo rientra nell’abilità manipolatoria dei militari pakistani: «Nessuna organizzazione islamica è mai stata in condizione», dice, «di sfidare politicamente o militarmente il ruolo dell’unico centro di potere che esiste in Pakistan: l’esercito. Anche l’Mma è usata dal regime come un vaso per raccogliere e canalizzare lo scontento popolare». Tuttavia, come nell’apologo dell’apprendista stregone, pare che gli spiriti stiano sfuggendo a chi li ha incautamente invocati. «I talebani ci piacciono perché sono contro la droga, la televisione, i cd e altre cose peccaminose» dice Aminullah, 35 enne commerciante agricolo, all’inviata del Washington Post nella cittadina di Bannu, subito fuori dalle aree tribali. Secondo Amanullah, proprietario di un centro telefonico ornato di versi del Corano, «Se salissero al governo qui da noi, sarebbe una buona cosa. Non avremmo più cinema, volgarità e niente che abbia un impatto negativo sui nostri figli e sulle nostre donne».
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