Le scuole dell’odio

Di Manes Enzo
05 Ottobre 2006
Chi ha ucciso Daniel Pearl? Autore B. Lévy Editore Rizzoli Pagine 445 Prezzo 19 euro

Karachi, Pakistan. La città dell’ambiguità. È qui che il governo di Musharraf alimenta sospetti. «A Karachi quando un jihadista viene arrestato, ha sempre in tasca il nome e il numero di telefono di un brigadiere…ci chiede di chiamarlo e la risposta è sempre la stessa: rilasciatelo». Qui a farla da padrone è la zona grigia. Solo così si spiegano un po’ di cose. Come ad esempio la presenza di una madrasa luogo di formazione e reclutamento di cellule quaidiste. La città proibita di Karachi, la madrasa di Binori Town, l’ha vista e raccontata Bernard-Henry Lévy in Chi ha ucciso Daniel Pearl? (Rizzoli, 2003). Nel suo drammatico viaggio nell’abisso del fondamentalismo islamico, Lévy si inoltra nella scuola di formazione all’odio per antonomasia. Tra le mura di quel labirinto trova studenti, poveracci, dignitari, ragazzi giovanissimi, glabri, imam bambini. E uomini armati. Non dovrebbe suonare strano girare con kalashnikov in un seminario? E ritratti di Bin Laden come di altri combattenti arabi di Al Qaida morti in Afghanistan sotto le bombe americane. Lévy domanda ad un religioso che conta: «Bin Laden è stato qui?». Risposta: «Osama è semplicemente un buon musulmano. È nostro fratello nell’islam. Nessuno deve sapere se è venuto qui o no». Il muftì della madrasa Nizzamudin Shamzai, il sant’uomo che regna sulla moschea, in una delle sue fatwa, a proposito degli americani ha affermato che è consentito «ucciderli, spogliarli dei loro beni, ridurre le loro donne in schiavitù». E sempre da questa madrasa riferisce Lévy che partì il 12 novembre 2002 il video trasmesso da Al Jazeera nel quale Bin Laden richiama gli attentati terroristici di Djerba, dello Yemen, del Kuwait, di Bali, di Mosca e incita a colpire ancora. Come purtroppo è avvenuto.

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