Quatro Reich

Di Bottarelli Mauro
05 Ottobre 2006
Ieri le SS, oggi gli shahid. Ieri gli ebrei, oggi gli infedeli. «La natura delle due minacce, nazista e jihadista, è identica», dice lo storico inglese Andrew Roberts. «Sono entrambi totalitarismi che mirano all'annullamento del diverso»

L’Occidente sta vivendo una nuova “sindrome del ’38”, ovvero sta sottostimando la minaccia del jihadismo come fece con Adolf Hitler e con il suo piano di conquista? Il parallelo tra fondamentalismo e nazismo non è nuovo. Lo scrittore liberal Paul Berman per primo parlò di lotta al fanatismo islamico come nuova lotta antifascista e lo stesso presidente americano George W. Bush, alla vigilia del quinto anniversario dell’11 settembre, ha fatto sua questa definizione. Su questo parallelo storico abbiamo chiesto un giudizio ad Andrew Roberts, docente di storia moderna al Gonville & Caius College di Cambridge, giornalista (Daily Telegraph, The Spectator, Literary Review, Mail on Sunday), scrittore (dieci i saggi al suo attivo) e autore di tutta la produzione documentaristica della Bbc per quanto riguarda il periodo della Seconda guerra mondiale e del gabinetto Churchill. Felice per la calorosa accoglienza che la critica ha riservato al suo ultimo libro, History of the English-Speaking Peoples Since 1900, pubblicato il 14 settembre e già balzato agli onori delle cronache, lunedì scorso Andrew Roberts ha tenuto un’affollata e applaudita conferenza al congresso del Partito conservatore a Bournemouth, ospite del think-tank Policy Exchange, dove Tempi lo ha incontrato.
Professor Roberts, riconosce delle similitudini tra l’atteggiamento tenuto dalle potenze europee negli anni Trenta nei confronti di Adolf Hitler e quello che una larga parte dell’Occidente sta tenendo oggi verso la minaccia del fondamentalismo islamico?
Tristemente, la correlazione non solo esiste ma è diretta, quasi una fotocopia. L’atteggiamento di sottovalutazione che oggi l’Occidente ha nei confronti del terrorismo islamico fondamentalista si basa sui medesimi errori strategici compiuti negli anni Trenta rispetto all’aggressione fascista all’Europa. Non si capisce (o non si vuole capire) l’identica natura totalitaria di queste due minacce verso la libertà: per anni il nazionalsocialismo fu visto prima come reazione politica al disastro della Grande Guerra, poi come una minaccia autoritaria ma con in sé un seme democratico garantito dal consenso di cui Hitler godeva e, in ultima istanza, come un pericolo con cui però si poteva (anzi, quasi si doveva) scendere a patti. Quali siano state le conseguenze di questo atteggiamento è noto a tutti. Come storico, incontro paralleli e similitudini continuamente, in ogni momento: a volte, lo ammetto, è una riscoperta che mette i brividi. La natura delle due minacce, quella nazista e quella fondamentalista islamica, è identica: totalitarismo inteso come annullamento del diverso per la conquista del mondo e la nascita dell’uomo nuovo. Per Hitler questo doveva avvenire attraverso l’eliminazione degli ebrei, per i terroristi attraverso la nascita del califfato (un moderno Quarto Reich) e la sottomissione alla sharia del mondo infedele. Una purificazione, un’ascesi quasi mistica verso un mondo forgiato dal sangue, dall’odio e dalla morte. In questo l’atteggiamento con cui venivano addestrate e formate le SS, il loro sprezzo del pericolo e della morte ottenuto attraverso una formazione che li inquadrava in schemi rigidissimi (quasi un lavaggio del cervello) fin da piccoli e i folli precetti che vengono inculcati ai giovani aspiranti terroristi o kamikaze hanno un seme comune: la morte è un mezzo per ottenere la vita nuova. Inoltre, come allora, anche oggi ci troviamo di fronte a un Occidente sprovvisto del coraggio morale per affrontare questa minaccia: siamo pavidi, sappiamo solo distogliere lo sguardo o cercare di scendere a patti. Mi pare la logica del vendersi al nemico per essere fucilati per ultimi. Una gran parte del mio ultimo libro è dedicata a queste similitudini.
Come giudica gli attacchi al Papa dopo Ratisbona, sia quelli provenienti dal mondo i-slamico che quelli del New York Times?
Il Papa è stato citato volutamente e in maniera spregevole fuori dal suo contesto, è stato strumentalizzato ad arte. La cosa inquietante non è che un uomo intelligente e importante come il Papa venga deliberatamente frainteso dagli “attaccabrighe” islamici per la sua lezione a Ratisbona, che quasi certamente questa gente non ha nemmeno letto per intero, bensì il fatto che sia il New York Times a riservargli le critiche più feroci e destituite di fondamento sia storico, sia teologico, sia politico. D’altronde, come dicevamo prima, l’Occidente sembra fare a gara con se stesso per vedere quanto prima potrà cadere nel baratro. Anche in questo caso un parallelo storico sorge spontaneo. All’inizio del 1933 gran parte dell’opinione pubblica tedesca (ma anche europea) era convinta che il movimento di Hitler fosse ormai in declino, un clamoroso errore di analisi anche se suffragato da qualche dato oggettivo come lo sfiancamento politico del partito dopo le tante elezioni del 1932, il rifiuto della proposta del vicecancellierato, la defezione di Gregor Strasser e il superamento da parte del paese della fase peggiore della crisi economica. Bene, sfogliando i giornali del capodanno del 1933 si percepiva con evidenza questo stato d’animo tanto diffuso quanto fallace. «L’assalto nazista allo Stato democratico è stato ormai respinto», si leggeva nell’editoriale della Frankfurter Zeitung, mentre l’editoriale del socialdemocratico Vorwärts si intitolava “Ascesa e caduta di Hitler”. Un giornalista del Berliner Tagesblatt, addirittura riuscì a ironizzare riflettendo su cosa avrebbe raccontato ai nipoti qualche anno dopo: «Se ne parlava ovunque, in tutto il mondo… qual era il suo nome di battesimo? … Adalbert Hitler. E poi? Svanito!». Così non fu, purtroppo: non vorrei che un domani anche al New York Times qualcuno debba fare mea culpa…
Intende dire che esiste una somiglianza millenaristica nelle finalità di nazismo e fondamentalismo, un richiamo all’Apocalisse come punto di partenza per il mondo nuovo?
Certo, la sovrapponibilità dei due fini è inquietante, enorme. Entrambi odiano le democrazie liberali e le moderne istituzioni democratiche perché queste prevengono, quasi fossero anticorpi, il mondo totalitario per il quale lottano. Il mondo occidentale sta fronteggiando, quasi senza saperlo, il quarto grande assalto ai suoi valori fondanti di questo secolo: prima fu il protofascismo del militarismo prussiano, poi il nazifascismo, poi il fascismo rosso dell’Unione Sovietica e oggi gli islamofascisti.
Pensa che questa minaccia, questo quarto assalto, possa essere respinto attraverso un nuovo impianto culturale o l’opzione militare resta l’unica realmente efficace?
Ogni apporto da parte della civiltà occidentale è necessario per sconfiggere il quarto assalto, ovviamente. Cultura e politica sono fondamentali, ma penso che la Nato sia l’organizzazione migliore per porsi alla testa di questa battaglia. Sto parlando con lei, un italiano, e non posso non riconoscere che il contributo del suo paese in Iraq è stato inestimabile, nobile e destinato a restare nel tempo. Il problema (e questo va a connettersi anche con la scelta del suo paese di ritirarsi) è un altro: e cioè che la minaccia più grande verso la nostra civiltà non venga dagli stessi islamisti, bensì da quelle persone che in Occidente (e sono ancora molte) non riescono a riconoscere la portata della minaccia che dobbiamo affrontare, chiamiamole quinte colonne involontarie o stupide. Ancora oggi è così, nonostante siano passati cinque anni dall’11 settembre. Che dire, se non che l’appeasement verso chi ci vuole distruggere non è finito negli anni Trenta?

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.