Sulla soglia

Di Persico Roberto
05 Ottobre 2006
Rifiutò l'estrema unzione, ma baciò il crocifisso. Agnostico fino all'ultimo, sapeva che Dio è in agguato persino alla toilette

La passione di Lucia Bellaspiga per Dino Buzzati risale alle scuole medie. Galeotta fu un’antologia di racconti, L’uccisione del drago, da cui nacque l’amore che l’ha portata a fare della letteratura e della scrittura la sua professione, prima come insegnante di lettere, poi come giornalista ad Avvenire. Ora la frequentazione di una vita è diventata Dio che non esisti ti prego, «il primo libro che affronta il tema della spiritualità di Buzzati» (sarà presentato il 9 ottobre al Centro Culturale di Milano).
Ma Buzzati non era uno scrittore “laico”?
Sì, ma attraversato da un anelito all’Altro che permea ogni racconto, ogni rigo, direi ogni parola della sua opera. Il senso del mistero è stato l’ossessione di tutta la sua vita.
Non è un’esagerazione?
Un’esagerazione? Ma lo sa da dove può spuntar fuori Dio per Buzzati? Legga Acqua chiusa. Racconta di una festa e della necessità, a un certo punto, di andare alla toilette. E perfino lì l’imprevisto è in attesa. Perché «Dio, pazientissimo, giorno e notte ci insegue, dove meno si pensa ci prende all’agguato, non ha bisogno di croce o di altari… Anche nei vestiboli di marmo sterilizzato che non si possono nominare egli viene a tentarci proponendoci la salvezza dell’anima».
Ma Dino Buzzati non aveva l’ossessione della morte?
Certo, «la morte fu un pensiero fisso di Buzzati fin dalla prima gioventù», come ha scritto Guido Piovene. Ma non per negazione disperata di tutto, alla Leopardi; Buzzati vive ogni minuto con la coscienza che quello è il traguardo, l’evento rivelatore al quale rimandano tutti i suoi giorni. La morte per lui è porta, soglia, varco… «La sua paura non era affatto la morte – conferma la moglie
Almerina – ma che dopo non ci fosse nulla: senza un aldilà, quindi senza Dio, l’esistenza non aveva senso».
Non mi dica adesso che è morto cristiano…
No. è rimasto fino all’ultimo fedele al suo dubbio curioso; rifiutò l’estrema unzione. Non per orgoglio, ma per coerenza: non gli erano mai piaciute le conversioni dell’ultima ora, che gli sapevano tanto di paura; così come non gli piaceva quella fede che sembrava soprattutto preoccupata di “mettere a posto i conti” con Dio. Si era fatto beffe delle une e dell’altra in tanti racconti, e per lui non c’era scarto fra la letteratura e la vita. Accettò però di baciare il crocifisso. E volle farsi la barba.
Così è morto. Un’istantanea della sua vita?
Il suo ufficio nella redazione del Corriere, sempre aperto a tutti. C’era la Pina, una barbona che tutti i mesi passava a ritirare una busta. Poi al posto suo cominciò a presentarsi la Caterina, dicendo che la Pina non poteva. Alla fine Buzzati scoprì che la Pina era morta, e aveva scritto una lettera in cui lasciava alla Caterina “in eredità” tutto quel che aveva, cioè Buzzati. Oppure un professore di lettere, condannato per molestie, ridotto a barbone, che andava a trovarlo, e parlavano di letteratura. Lui sapeva cogliere anche in questi relitti umani l’ultimo barlume di umanità. Fedele, forse, a quel che aveva scritto ne L’occasione: «Non esiste nessun uomo, per quanto infelice e perseguitato dalle avversità, a cui l’Eterno non abbia concesso un’occasione; non c’è esistenza disperata che non abbia il suo raggio di luce, sia pur breve: un’ora forse, un minuto solo nel corso di un’intera lunga vita, ma in quel minuto l’uomo avrà la paga sua, il suo spirito grandeggerà al di sopra delle stelle».

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