La negoziatrice

Di Seu Giovanni
12 Ottobre 2006
Dialoga con l'opposizione, sfugge ai ricatti dei partiti, soprattutto alleati. Il sindaco di Milano corre. Per la sua strada

Quando in dicembre annuncia di scendere in campo per la sua città non riesce a trattenere le lacrime. Ad alcuni sembra un coup de theatre – il primo della campagna elettorale – per la maggior parte dei convenuti in Piazza Affari, invece, è lo sfogo umanissimo di una donna che accetta una sfida tutta in salita. Letizia Moratti, già presidente della Rai e ministro dell’Istruzione in carica, sa che il suo sfidante Bruno Ferrante è conosciuto e apprezzato sia nei quartieri popolari che nel mondo dello spettacolo e che i sondaggi lo danno in vantaggio. Ma sa anche che la Cdl non ha altri candidati da opporre all’ex prefetto e che Berlusconi l’ha designata ufficialmente come sindaco in pectore da prima dell’estate: tirarsi indietro è ormai impossibile.
Come prima cosa organizza una squadra di prim’ordine. Al suo fianco i suoi collaboratori del ministero, Paolo Glisenti e Roberto Pesenti, mentre dall’ufficio stampa di Formigoni arriva Filippo De Bortoli. Una triade che opera in simbiosi e che vanta rapporti importanti con i media milanesi. C’è poi un gruppo di personalità che appoggiano la sua candidatura: si va da esponenti della Compagnia delle Opere come Antonio Intiglietta e Massimo Ferlini, ad attori come Teo Teocoli e Renato Pozzetto, a manager come Bruno Ermolli e Stefano Parisi. Non si lesina sui mezzi: il Corriere della Sera, giornale che si dimostrerà tutt’altro che avverso, rivela che le spese elettorali dell’ex ministro sono cinque volte superiori rispetto a quelle dell’ex prefetto. Parte una campagna elettorale all’americana: incontri riservati negli ambienti imprenditoriali, della moda e della cultura accanto a visite nei mercati e in periferia effettuate in compagnia dei giornalisti.
Moratti ascolta molto e parla poco, prende nota dei suggerimenti e fa poche promesse. È cosciente che le azioni della Cdl sono in ribasso: Albertini ha chiuso con una serie di errori il suo secondo mandato e la città, dopo tredici anni di amministrazioni di centrocentrodestra, sembra desiderare il cambiamento. Decide di muoversi con grande abilità: prende le distanze dai partiti della sua coalizione e dal suo predecessore senza però rinnegarli, si appella direttamente ai cittadini e alle forze vive della città. Il programma è concreto, di buon senso, con due punti portati come il fiore all’occhiello: la tassa d’ingresso per i mezzi inquinanti e il taglio dell’Ici per la prima casa. Ancora a febbraio i sondaggi la danno sotto di quattro punti ma oramai la risalità è iniziata e diventerà inesorabile grazie anche all’uscita di scena di Ombretta Colli che minacciava di sottrarle una parte del voto moderato. Le capita, come quando annuncia 100 mila nuovi posti di lavoro, di dirle un po’ grosse, ma dall’altra parte fanno ancora peggio. Il 25 aprile la sinistra cade nella “trappola”: l’ex ministro sfila, o almeno prova a farlo, nel corteo spingendo il padre, ex partigiano e ex deportato, su una carrozzina tra i fischi degli insegnanti targati Cgil. È un gesto di intolleranza che si ripete il primo maggio: stavolta è Ferrante in persona che intima alla sua rivale di non partecipare a una manifestazione di lavoratori in quanto lei appartiene alla classe di padroni. Sono due autogol che servono a convincere i moderati che il massimalismo è parte non secondaria della coalizione del centrosinistra: il loro ripiegarsi sul centrodestra sarà decisivo il 28 maggio.
Da sindaco Moratti dimostra di avere gli artigli. Nella formazione della giunta respinge le pretese dei partiti arrivando a rispondere picche a Ignazio la Russa che chiede un posto per Bozzetti e perfino a Berlusconi che si spende in favore di Rizzi. Viene fuori un esecutivo ultra morattiano: le deleghe più importanti, come bilancio e personale, restano nelle sue mani mentre gli assessorati chiave li affida ai suoi uomini. Per quanto concerne la comunicazione elimina tutti i portavoce degli assessori e crea un ufficio unico guidato da De Bortoli. Anche la struttura comunale è rivoltata come un calzino: Piero Borghini, candidato nella sua lista, diventa city manager, in più viene nominata una trentina di nuovi direttori di assoluta fiducia. Uno spoil system radicale che suscita mal di pancia a catena che non tardano a palesarsi: all’esordio del consiglio comunale ci vogliono ben quattro votazioni per fare eleggere presidente il forzista Palmeri. In quella giornata si sfiora lo psicodramma: alla terza votazione improduttiva a causa dei franchi tiratori del centrodestra il sindaco, rifugiatasi all’interno di Palazzo Marino, minaccia di dimettersi. Solo l’intervento di Berlusconi, che dirige la seduta in qualità di consigliere più votato, la fa recedere dal proposito. È il 18 giugno e Moratti impara com’è difficile gestire un’assemblea. Ma non si abbatte anzi, il giorno dopo riprende come prima.

Aria nuova in Comune
Decisa, convinta a portare un vento nuovo in Comune. Spiega Alberto Garocchio, consigliere comunale di Forza Italia: «È un sindaco di grande respiro. Non mi sembra paragonabile ad Albertini, un ottimo primo cittadino che però ha commesso due errori: cavalcare troppo l’antipolitica e non valorizzare il consiglio. Letizia ha un grande progetto nel quale deve sapere coinvolgere e galvanizzare il consiglio comunale». Sul fronte politico-amministrativo Moratti cambia registro. È aperta al confronto, cerca soluzioni condivise. Sulla vertenza dei tassisti scatenata dal decreto Bersani offre alla categoria un pacchetto di proposte che, in cambio del ripristino del servizio, annacqua la liberalizzazione. Vuole rivedere il piano dei parcheggi che lo scorso mandato ha provocato proteste senza fine di comitati e ambientalisti. Ha posto una pietra tombale sulle privatizzazioni tentate senza grande fortuna da Albertini. Sulla tassa d’ingresso cerca l’accordo con Filippo Penati, il diessino presidente della Provincia. Buoni i rapporti con il governo centrale: a Cernobbio discute con Prodi sulle priorità della città ottenendo insolita attenzione. Anche dal recente viaggio in estremo oriente, svolto per perorare la candidatura di Milano all’Expo 2015, emerge l’inclinazione alla negoziazione, o meglio al compromesso. È una linea lontana anni luce rispetto a quella tradizionale del centrodestra milanese: «Due cose sono da sottolineare di questo inizio mandato – afferma Marilena Adamo, esponente storico della sinistra milanese -, la disponibilità al dialogo e il rapporto di collaborazione con le istituzioni. Un atteggiamento che deriva dalla consapevolezza che non è possibile perpetuare le chiusure che hanno caratterizzato l’era Albertini». Una Moratti bicefala, dunque, metà thatcheriana e metà democristiana. Ma soprattutto un politico accorto, prima donna sindaco di Milano che pensa in grande e vola alto. Tenendo d’occhio traguardi nazionali.

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