Non nel mio nome

Di Rodolfo Casadei
12 Ottobre 2006
«Chi ha perduto in questa guerra è il Libano. Ci impongono una vittoria che è come un suicidio». Cresce fra gli sciiti l'opposizione a Nasrallah

Una madre sciita su Al Manar si vanta del martirio di un figlio, morto sotto le bombe israeliane, e sfida il nemico: «Partorirò altri figli, e anche loro saranno pronti al martirio». Una madre sciita che ha perso quattro figli nelle varie guerre libanesi e guarda la trasmissione commenta amara: «Non si parla dei figli in questo modo, come se fossero cose». Questo episodio riferito da un inviato italiano in Libano è il simbolo del dissidio che attraversa la comunità sciita libanese all’indomani della guerra dei 34 giorni con Israele. Poco pubblicizzato ma reale, nonostante si cerchi di nasconderlo dietro la facciata di granitica unità dei 500 mila manifestanti al comizio di Nasrallah del 22 settembre scorso.
Hanno cominciato, subito dopo la tregua, intellettuali come Mona Fayad e religiosi come il muftì di Tiro Ali al Amin. La Fayad, docente di psicologia all’università di Beirut e autrice di numerosi libri, ha scritto un articolo sul quotidiano An Nahar dal titolo “Essere sciiti oggi” che contesta apertamente l’antropologia politico-religiosa che Hezbollah ha imposto: «Cosa significa essere sciiti per la grande maggioranza degli sciiti oggi?», scrive l’accademica. «Significa affidare il tuo destino alla saggia e infallibile leader-ship senza porre nessuna domanda, significa bloccare la tua mente». E permettere all’ayatollah supremo iraniano Khamenei di «comandarti, dirigerti, decidere al tuo posto quel che vuole dalle armi di Hezbollah, e importi una vittoria che non è differente dal suicidio. Siamo un popolo di eroi che non sa fare altro che sacrificarsi». «Essere sciita e osare scrivere e pensare queste cose», ha concluso, «significa farsi dare del collaborazionista e del traditore». Previsione facilmente avverata, ma che non ha intimidito il gran muftì sciita di Tiro, cofondatore di Hezbollah da cui poi si è staccato divenendone uno dei critici più coerenti: «Chi ha sofferto e perduto di più in questa guerra», ha detto in varie apparizioni televisive, «è il Libano». L’organizzazione di Nasrallah «ha violato le risoluzioni internazionali e la linea blu (la frontiera con Israele, ndr). Questa operazione di rapimento dei due soldati non era né legittima, né necessaria». Infine, «In ogni Stato, è l’esercito che difende le frontiere e che si fa carico dei servizi pubblici. Questi compiti non possono essere di spettanza di un partito o di un’organizzazione», la quale, d’altra parte, «non ha saputo proteggere il Libano. S’è visto bene durante questa guerra».
Benché per il momento minoritari, questi punti di vista non sono affatto estranei al sentimento popolare. A Ras al Ain, una delle località del sud più colpite dagli israeliani, Habib al Rabab, un macellaio che ha appena finito di ricostruire il negozio distrutto dai bombardamenti, si è espresso così con un giornalista francese: «Cosa ci abbiamo guadagnato? Centinaia di morti e la distruzione delle nostre case! I veri vincitori sono la Siria e l’Iran, che ci manipolano come se avessero il telecomando. Io parlo, gli altri tacciono per paura di non ricevere i soldi di Hezbollah».

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