Benedetto Logos
Ritengo che la lezione del Papa a Ratisbona non possa essere stravolta nella sua intenzione, esplicitamente dichiarata nel titolo (Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni), cioè quella di stabilire un rapporto tra la fede e la ragione e quindi innanzitutto difendere la legittimità delle facoltà di teologia all’interno di quella università che era stata la sua, in cui i professori di tutte le facoltà, nonostante tutte le specializzazioni, formavano «un tutto» e lavoravano «nel tutto di un’unica ragione con le sue varie dimensioni, stando così insieme nella comune responsabilità per il retto uso della ragione». Cosicché le due facoltà di teologia presenti nella sua università, «interrogandosi sulla ragionevolezza della fede», vi esistevano a pieno titolo, perché svolgevano un lavoro che «necessariamente fa parte del “tutto” dell’universitas scientiarum».
Certamente questa posizione suppone – e il Papa non ne fa mistero – che anche oggi, pur di fronte a uno scetticismo radicale, «resti necessario e ragionevole interrogarsi su Dio per mezzo della ragione e ciò debba essere fatto nel contesto e nella tradizione della fede cristiana». Questo è possibile, infatti, all’interno di una concezione di Dio come Logos, cioè come «una ragione che è creatrice e capace di comunicarsi, ma appunto come ragione», e in forza di una concezione della ragione che, rifiutando la propria «limitazione autodecretata» dal pensiero scientista, dischiuda se stessa a tutta l’ampiezza delle proprie possibilità. È in vigore, infatti, «una autolimitazione moderna della ragione, espressa in modo classico nelle “critiche” di Kant, nel frattempo però ulteriormente radicalizzata dal pensiero delle scienze naturali», secondo la quale «solo la possibilità di controllare verità e falsità mediante l’esperimento fornisce la certezza decisiva». Ma il metodo scientifico, come unico metodo della certezza, esclude il problema di Dio, «facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico».
Ma lasciar fuori gli «interrogativi propriamente umani, cioè quelli del “da dove” e del “verso dove”, gli interrogativi della religione e dell’ethos» dalla «ragione comune descritta dalla scienza» significa spostarli nell’ambito del soggettivo. «In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo constatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più».
Su che cosa si fonderebbe, infatti, in questa ipotesi, il dialogo fra le varie culture? «Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture». Papa Benedetto XVI, quando era ancora il cardinale Ratzinger, in un dialogo avuto a Monaco nel 2004 con un grande filosofo europeo, Jürgen Habermas, così aveva impostato la questione del «come le culture incontrandosi possano trovare fondamenti etici atti a condurle sulla strada giusta e a costruire una comune forma di delimitazione e regolazione del potere provvista di una legittimazione giuridica». «L’interculturalità – diceva il cardinale Ratzinger – mi sembra rappresentare oggi una dimensione inevitabile della discussione sulle questioni fondamentali dell’essenza dell’essere umano, che non può essere condotta né del tutto all’interno del cristianesimo, né puramente all’interno della tradizione occidentale. Infatti, entrambi si considerano universali in base alla propria percezione di sé e aspirano a esserlo de iure. Devono riconoscere de facto che sono accettati e addirittura comprensibili solo per una parte dell’umanità». Pertanto «è importante per entrambe le grandi componenti della cultura occidentale acconsentire a un ascolto, a un rapporto di scambio» anche con le altre «aree culturali in cui attualmente si divide l’umanità». Se questo non dovesse accadere, ciò sarebbe a causa di «una hybris occidentale che pagheremmo cara, e in parte già paghiamo».
È inevitabile dunque accogliere tutte le altre culture «nel tentativo di una correlazione polifonica, in cui esse si aprano spontaneamente alla complementarietà essenziale di ragione e fede, cosicché possa crescere un processo universale di chiarificazione, in cui infine le norme e i valori essenziali in qualche modo conosciuti o intuiti da tutti gli esseri umani possano acquistare nuovo potere di illuminare, cosicché ciò che tiene unito il mondo possa nuovamente conseguire un potere efficace nell’umanità» (J. Ratzinger, Ragione e fede. Scambio reciproco per un’etica comune in J. Ratzinger, J. Habermas, Ragione e fede in dialogo, Marsilio, Venezia 2005). Perché questo sia possibile – diceva il Papa a Ratisbona – è necessario che le grandi questioni della religione e dell’etica debbano essere «affidate» dalle scienze naturali «ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere».
E qui dava la ragione della sua contestatissima citazione: «”Non agire secondo ragione (non agire con il logos) è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università». Per questo motivo, il cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, ha raccomandato di «leggere bene» il testo del discorso del Papa. Intervistato dal Corriere della Sera il 15 settembre, il cardinale ha spiegato che se i musulmani potessero leggere e meditare sul testo, capirebbero che lungi dall’essere un attacco, il discorso del Papa è piuttosto «una mano tesa» all’islam. Questo perché il Santo Padre ha difeso l’importanza del valore della religione per l’umanità e l’islam è una delle grandi religioni mondiali.
* docente di Ontologia ed Etica
presso lo Studio teologico San Paolo di Catania
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