L’effetto collaterale del martirio
Mio caro Malacoda, accetta il mio consiglio. Vacci piano con la morte. è inutile che tu mi ricordi il nostro motto: “Noi amiamo la morte più di quanto loro amino la vita”. Lo so, quello è l’obiettivo, ma la strada per arrivarci non deve essere troppo lastricata di cadaveri altrimenti la gente ricomincerà ad affidarsi al nostro Nemico. Non riesci a capire a cosa mi riferisco? Te lo dico subito: l’Iraq, i kamikaze e questa storia dei martiri. Un lavoro paziente di almeno cinque anni ed eravamo riusciti a stravolgere il senso della parola martirio. Noi sappiamo bene (per secoli non ci siamo occupati di altro) che il martire è colui che perde la vita a causa della testimonianza della sua fede nel Nemico. La perde perché qualcuno gliela toglie, lui non vorrebbe perderla, al massimo la offre, e soprattutto la perde da solo, non porta nessuno con sé. Il nostro Nemico considera questa una forma suprema di testimonianza dell’amore con il quale gli uomini, dice, lo contraccambiano. Bene, questo era stato cancellato, ma non del tutto. è il nostro dannato problema, non facciamo mai bene il lavoro fino in fondo. Resta sempre da qualche parte qualcuno che ricomincia quando tutto sembrava andare per il meglio, e come un tumore, di cellula in cellula, di persona in persona, senza che ce ne accorgiamo, torna a farsi vivo. Quel prete iracheno che hai fatto decapitare era una di queste cellule, magari lui neanche lo sapeva, ma facendolo uccidere in quel modo l’hai reso immortale, ne hai fatto un martire, ma soprattutto hai vanificato in un attimo di ingordigia (che ti frega di un morto in più in questo momento?) anni di paziente diseducazione. Dal più raffinato intellettuale al più rozzo analfabeta, tutti sapevano ormai che martire è uno che la morte non la subisce ma la dà. E quanti più ne uccide con la sua morte, tanto più è martire. Un capovolgimento perfetto. Nessuno s’è più sognato di definire martiri le vittime, tutti dicendo “martire” pensavano al carnefice. Fino alla settimana scorsa. Niente di irreparabile, sia chiaro, non temo conversioni di massa (l’intontimento generale è solido), temo solo che qualcuno, vista la testimonianza, raccolga il testimone. Uno solo. E per noi potrebbero ricominciare i guai.
Vedi, caro nipote, chi padroneggia la vita sa che non può nulla contro la morte, ma sa che può vivere da protagonista anche il morire. L’uomo moderno, invece, crede di aver capito che se vuole esercitare la sua signoria sulla vita deve in qualche modo diventare signore della morte. E allora passa gli anni a esorcizzarla, nasconderla, rinviandola quanto più possibile, salvo poi – ma in questo non vedo un difetto di coerenza, anzi – pretendere di decidere lui quando è giunto il momento. Per sé, per i suoi nemici e, dice, anche per i suoi cari. È una forma di anticipazione e di relativizzazione di quello che il Nemico, non senza qualche contraddizione, chiama il Giudizio finale. Il Nemico dice infatti di non aver mandato suo figlio per giudicare il mondo, ma per salvarlo. Tu ricorda sempre che invece il Padre Nostro che sta laggiù ci ha mandati proprio per giudicare l’uomo e giudicare ha un significato univoco (come ti ho insegnato negli anni Novanta), chi è sotto giudizio è già dannato, morto. Pensaci.
Tuo affezionatissimo zio Berlicche
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