Verdad 11M
Madrid
Il 67 per cento degli spagnoli è convinto che non si conosca ancora tutta la verità sugli attentati dell’11 marzo 2004. Il 75 per cento ritiene che i giornalisti debbano continuare a investigare sui fatti. Solo il 46,3 per cento crede che il governo Zapatero abbia interesse a fare piena luce su ciò che accadde quel giorno. C’è da restare sorpresi a leggere i risultati del sondaggio condotto da Sigma Dos e apparso sul quotidiano El Mundo dieci giorni fa. Ma in realtà in Spagna le polemiche su quello che è accaduto quel giorno non si sono mai sopite.
L’11 marzo 2004 ebbe luogo a Madrid il più grande attentato della storia d’Europa. Dodici ordigni esplosivi collocati su quattro treni della provincia madrilena lasciarono dietro di sé un bilancio di 192 morti e più di 1.500 feriti. Tre giorni dopo si sarebbero svolte le elezioni nazionali e tutte le previsioni davano per vincente il Partito popolare (Pp) al governo dal 1996. Nelle ore immediatamente successive all’attentato tutti i politici spagnoli concordarono nel condannare il massacro e nell’attribuire ai terroristi dell’Eta la responsabilità. Le forze di sicurezza avevano avvertito, durante le settimane precedenti, della possibilità che il gruppo separatista basco commettesse un grave attentato in concomitanza con la fine della campagna elettorale. Sebbene le prime informazioni avessero fatto pensare che la carneficina fosse opera dell’Eta, il ritrovamento di un’audiocassetta con i versi del Corano in un furgone vicino a una stazione ferroviaria, la rivendicazione da parte di vari gruppi islamici e il cellulare-detonatore trovato in uno zaino pieno di esplosivo presumibilmente rinvenuto in uno dei treni (la cui traccia conduceva a un certo Jamal Zougam, marocchino) portò gli spagnoli alla certezza che l’attentato fosse stato commesso da fondamentalisti islamici.
Se le colpe fossero state addossabili all’Eta, avrebbe vinto il Pp. Se, al contrario, si fosse confermata la matrice islamica, avrebbero vinto i socialisti (Psoe), che erano stati molto critici sull’intervento della Spagna nella guerra in Iraq. Centinaia di persone si ammassarono di fronte alle sedi del Pp. Il Psoe pretese dal governo la verità, cominciando così a far serpeggiare l’idea che la versione ufficiale fosse una menzogna. Il ministro dell’Interno, Ángel Acebes, annunciò che erano stati arrestati dei musulmani. In un clima esacerbato s’andò alle urne e avvenne ciò che sembrava impossibile una settimana prima: il Psoe vinse le elezioni.
Il suicidio a Laganés
Due settimane dopo, le forze di sicurezza individuarono un appartamento in località Leganés in cui si trovavano i presunti autori degli attentati. Quando tutto era pronto per l’irruzione i terroristi s’accorsero dell’intervento e, dopo una sparatoria, si fecero esplodere. Morì uno specialista della polizia. I corpi dei presunti terroristi finirono polverizzati. Intanto spuntò un video in cui i fondamentalisti islamici rivendicavano gli attentati e minacciavano il popolo spagnolo di commettere altre atrocità se l’esercito non avesse abbandonato l’Iraq.
“I buchi neri dell’11 marzo”. Con questo titolo, un mese e mezzo dopo il massacro, El Mundo pubblicò un articolo in cui faceva trasparire l’idea che gli attentati e gli avvenimenti immediatamente successivi fossero frutto di un complotto preparato per far perdere le elezioni al Pp. Secondo il quotidiano, gli autori del complotto, probabilmente legati alle forze di sicurezza, avrebbero fatto credere ai vertici del Pp che responsabile del massacro fosse l’Eta, per poi disseminare di false piste la scena del crimine, indirizzando così le indagini verso la pista islamica. L’articolo era di buona fattura, e vantava fonti importanti tra la Guardia civile e la Polizia nazionale. Nel frattempo, le indagini per via ordinaria sull’11 marzo seguivano il loro corso. Fu creata una commissione parlamentare il cui lavoro non dissipò molti dei dubbi emersi e si assegnò il caso al giudice dell’Audiencia Nacional, Juan Del Olmo, che, già solo per istruire l’indagine preliminare, trovò enormi difficoltà.
Il prezzo politico della pace
Intanto era iniziata l’era Zapatero. José Luis Rodríguez Zapatero e il suo partito, il Psoe, vincitore delle elezioni con una maggioranza relativa, per sostenere il proprio governo strinsero accordi coi partiti nazionalisti catalani e baschi, ritirarono le truppe spagnole dall’Iraq e voltarono le spalle agli Stati Uniti. Ma Zapatero nascondeva un asso nella manica. Il 22 marzo 2006 la banda terrorista Eta annunciò un cessate il fuoco permanente e l’intenzione di aprire il dialogo con il governo per arrivare ad un accordo che portasse alla fine delle violenze. Il Psoe ricevette l’appoggio dal resto dei partiti per dialogare con i terroristi, ma il Pp chiese che non fossero fatte concessioni politiche. La banda terrorista non rinunciò alle sue richieste storiche: il diritto di autodeterminazione e l’annessione della Comunità autonoma di Navarra ai Paesi baschi. Il Psoe annunciò pubblicamente che non si sarebbe pagato un prezzo politico per la pace, ma la segretezza che accompagnò tutta l’operazione e le dichiarazioni di alcuni membri del partito fecero insospettire buona parte dell’elettorato. Come se non bastasse, membri dell’Eta hanno minacciato di tornare ad uccidere se la situazione non si sbloccherà.
I punti oscuri dell’inchiesta
El Mundo, intanto, ha proseguito nella sua inchiesta. Per il quotidiano spagnolo è evidente che ci sia stata un’opera di disinformazione atta a occultare le piste che portavano all’Eta negli attentati dell’11 marzo. Riassumendo per punti:
– L’Eta aveva rubato un’auto a 200 chilometri dai Paesi baschi nella stessa via in cui si trovava il garage dell’asturiano Emilio Suárez Trashorras, colui che avrebbe fornito gli esplosivi con cui furono compiuti gli attentati.
– Diversi testimoni hanno confermato che Trashorras e un familiare avevano intenzione di vendere la dinamite all’Eta.
– Un ingegnere elettronico appartenente all’Eta aveva disegnato nel 2002 un sistema per trasformare i cellulari in detonatori uguale a quello che sarebbe stato utilizzato per far esplodere i treni l’11 marzo.
– Le forze di sicurezza non consegnarono al giudice l’elenco del materiale confiscato all’ultimo comando Eta; nell’inventario si trovava anche un cellulare manipolato per servire da detonatore, simile a quello che fu ritrovato nello zaino dell’11 marzo.
– Lo stesso giorno in cui partì il furgone di islamici con gli esplosivi per commettere gli attentati a Madrid, ne partì un altro di terroristi baschi con più di 500 chilogrammi di esplosivi che fu però intercettato. Questi terroristi, secondo le loro dichiarazioni, stavano preparando un attentato a una stazione sciistica con. dodici zaini pieni di esplosivo innescati da cellulari-detonatori!
– Nelle tasche uno dei fondamentalisti implicati negli attentati, Benesmail, aveva i nomi di due membri dell’Eta.
– Uno dei luogotenenti di Jamal Ahmidan, islamico suicida a Leganés, ha dichiarato che il suo capo in carcere aveva collegamenti coi prigionieri membri dell’Eta.
– Il terrorista basco Pérez de Aldunate e Addelkader Kounjaa, fratello di Abdenabi Kounjaa, uno degli islamici morti a Leganés, erano soci in varie imprese di costruzione a Pamplona nel 2004.
– Nell’appartamento di Leganés apparvero dei documenti che facevano riferimento all’Eta e di cui non si è saputo più nulla.
Si tratta di indizi inquietanti. Tuttavia il governo si sta giocando il tutto per tutto nel negoziato con l’Eta e sa che qualsiasi notizia che metta in relazione la banda terrorista con gli attentati dell’11 marzo lo danneggerebbe irrimediabilmente, dunque non ha intenzione di lasciare che il dubbio si insinui nella società spagnola. Da settembre ha aumentato la sua intransigenza nei confronti degli articoli di El Mundo. Si è impegnato a fondo attraverso i suoi politici e i mezzi di comunicazione amici: i giornali El País e Abc hanno cercato di smontare uno per uno tutti i punti esposti dal quotidiano. Ma il 21 settembre scorso, El Mundo ha pubblicato un’inchiesta in cui accusa il ministero degli Interni di aver falsificato un documento della polizia in cui si stabiliva una possibile relazione tra uno dei presunti responsabili dell’11 marzo e due terroristi dell’Eta. Mentre piovono denunce e minacce di querele, la polizia indaga.
Cosa è successo?
A due anni e mezzo dall’attentato si continua a non sapere quali fossero gli esplosivi utilizzati sui treni. Non si sa perché la maggior parte dei personaggi ritenuti implicati fossero anche informatori delle forze di sicurezza. Non si capisce perché i fondamentalisti islamici non si suicidarono negli attentati e invece lo fecero a Leganés. Non si sa come mai non si sia avuto minimamente sentore della preparazione degli attentati sebbene i telefoni dei soggetti implicati fossero sotto controllo. Né perché non esista neanche un’immagine dei terroristi nelle registrazioni delle varie stazioni ferroviarie. E per quale ragione si rifiuti od occulti qualsiasi indizio che conduca all’Eta.
Ad oggi non si sa ancora cosa sia successo l’11 marzo 2004; ciò che al contrario è sempre più chiaro è che la versione ufficiale non sta più in piedi e che, soprattutto, l’attuale governo spagnolo pare non avere intenzione di permettere che si scopra la verità. n
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